Papi e Sofi. di Eric Gobetti

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Il 25 giugno, tre giorni prima di morire, Franz invia un telegramma da Metković: è l’ultima lettera ai figli: “Fa molto caldo. Adesso si va a Mostar. Verso le 3 rivedo la mammina. Che Dio vi benedica. Siate bravi e studiate. Vi abbraccia il vostro Papi”.

È davvero questo l’erede al trono del più potente impero terrestre d’Europa, il severo e scontroso simbolo di un’epoca al tramonto? A leggere le testimonianze paiono quasi due persone diverse, il marito e l’erede, il grigio arciduca e l’amante coraggioso, il severo asburgo e l’affettuoso padre di famiglia: “Un carattere impetuoso e testardo, sgradevolmente aggressivo e fanaticamente autoritario, ma dedito – con infaticabile energia – a una missione sovrapersonale e capace di intensi affetti”, lo definisce Claudio Magris.

Costretto a un ruolo ereditato per una serie fortuita di circostanze, Franz Ferdinand lo ricopre con serietà e impegno ma evidentemente di malavoglia. Ha ricevuto una educazione severa e aristocratica e si è dedicato alla carriera militare. Non si è mai impegnato particolarmente nello studio e, nonostante i numerosi viaggi, parla solo un po’ di francese, qualche parola di ungherese. D’altronde alla sua nascita, nel 1863, sembrava altamente improbabile che diventasse imperatore, e quel ruolo gli stava evidentemente stretto. Aveva “l’espressione severa e malinconica che hanno tutti i ritratti degli Absburgo, e quello stesso fascino un po’ spento, un po’ malato, che li accomunava da secoli, facendoli apparire così uguali che solo l’uniforme li distingueva”, scrive Gilberto Forti. Sempre elegante e corretto, rigidissimo nell’abito oltre che nel linguaggio, l’arciduca Francesco Ferdinando non aveva l’elasticità e la prontezza, il garbo e le capacità diplomatiche dello zio Francesco Giuseppe; e non aveva nessun carisma.

“A Francesco Ferdinando mancava proprio quello che in Austria è essenziale per una vera popolarità: gentilezza personale, fascino umano e giovialità di modi. Lo avevo spesso osservato a teatro. Se ne stava nel suo palco, grande e grosso, collo sguardo gelido e fisso, senza rivolgere una sola occhiata cortese al pubblico, né incoraggiare gli artisti con la cordialità di un applauso. Non lo si vide mai sorridere, nessun ritratto lo mostrò in posa non rigida. Non comprendeva la musica, non amava gli scherzi e sua moglie sembrava altrettanto impettita. La coppia era circondata da un’aria di gelo”, scrive un testimone dell’epoca… forse il più grande testimone di quell’epoca: Stephen Zweig, morto suicida in esilio nel 1942.

Una sola passione sembrava animare l’erede al trono d’Austria, una passione smodata, quasi patologica: la caccia. Non che fosse strano all’epoca; tutti gli aristocratici cacciavano e molti borghesi li imitavano se non altro per vezzo. Ma per Franz era una sorta di mania, di droga. Cacciava ogni volta che poteva, con grandi battute che duravano giornate intere. Aveva cacciato elefanti e tigri in India, bufali in America, cervi in ogni angolo dell’Impero. Adorava la caccia ferroviaria, sport disgustoso visto con gli occhi di oggi, dove le vittime si lasciano agonizzare senza nemmeno recuperarne la carne. In epoca pre-videogiochi, Franz Ferdinand appare come un adolescente cresciuto e viziato che ama sfogare le sue ansie represse sparando a più non posso alle bestie. È stato calcolato che ne abbia uccise 500.000, mezzo milione, nella sua onorata carriera. Lepri e antilopi, fagiani e leoni, elefanti e tordi. Quantità più che qualità. Una sorta di ansia da prestazione, di corsa al record. Scive Claudio Magris: “Troneggianti su una massa di caprioli accatastati, l’arciduca e gli altri cacciatori diventano, in una fotografia, panciuti e rozzi addetti di un mattatoio”.

Impacciato nei panni dell’erede al trono, ansioso adolescente nelle riserve di caccia, Franz pare realizzarsi in tutta la sua umanità solamente nella vita famigliare, nell’amore della moglie e nell’affetto dei figli. Di cinque anni più giovane, Sofia è considerata una bellezza. Gli occhi lucenti, il bel viso espressivo, l’atteggiamento maestoso, la contessa Žofie o Sophie Choteck era soprattutto una donna colta, intelligente, volitiva. Aveva un solo difetto: non poteva sposarlo. Figlia di un ambasciatore a Bruxelles, dama di compagnia di una cugina di Francesco Ferdinando, Sofia proveniva da una nobile famiglia boema germanizzata da più generazioni, e parlava esclusivamente tedesco. Tuttavia non era di un lignaggio sufficientemente alto per sposare un Asburgo. I due stabiliscono dunque una relazione semiclandestina che dura dieci anni, tra divieti imperiali e malattie improvvise, fughe e incontri segreti. Una storia d’amore senza tempo ma anche figlia dell’epoca del romanticismo per antonomasia, quando l’amore trionfava anche sulla morte.

28 giugno è la data del trionfo. Non è vero, come riportano alcuni volumi, che quel giorno del 1914 fosse l’anniversario delle nozze. Era in verità la ricorrenza di un evento ancora più significativo, per la coppia. Il 28 giugno 1900 l’arciduca Francesco Ferdinando sottoscrive con gli Asburgo un contratto di rinuncia al titolo di imperatrice per la moglie e alla pretesa di ascesa al trono per gli eventuali figli. L’intera famiglia imperiale è presente alla firma. Nessuno partecipa invece al matrimonio “morganatico”, come si diceva allora, celebrato tre giorni dopo in forma semiprivata. Franz è stato costretto a sacrificare la carriera, il suo ruolo, il futuro dei suoi figli, per amore della sua prediletta. I quattordici anni successivi sono una sequela di umiliazioni per Sofia, alla quale viene negata ogni occasione di mostrarsi in pubblico col marito, se non in occasioni strettamente private. Solo nel 1909 le viene attribuito il titolo di duchessa di Hohenberg, mai potrà fregiarsi di quello di Arciduchessa. E tuttavia il marito non mostrerà mai pentimento per la sua scelta, l’amore e il rispetto per la moglie non mancheranno mai. “È la cosa migliore che abbia fatto nella vita”, ripeterà spesso parlando del suo matrimonio.

Nel 1914 Sofia aveva ormai 46 anni, Franz 50. Erano diventati rotondetti e tuttavia non sembravano aver perso la voglia di stringersi, di volersi bene. La coppia ha una residenza ufficiale a Vienna, il palazzo del Belvedere, ma vive prevalentemente nel castello di Arstetten, a ovest di Vienna, non lontano dal Danubio, e qui crescono i figli: Sofia, tredici anni nel 1914, Max dodici, e Ernst, dieci. Nel 1938 i due maschi finiranno a Dachau, deportati per la loro contrarietà all’annessione nazista. Ancora oggi i discendenti vivono nel castello di Artstetten.

 

Balcani. Terra di confine o terra di confini? di Simone Malavolti

 

I Balcani, si dice, sono da sempre una terra di confine tra occidente e oriente; fin dai tempi della prima divisione dell’Impero romano, avvenuta nel 395 alla morte dell’Imperatore Teodosio, il limes passava proprio vicino a Singidunum (la Belgrado di oggi). Allo stesso tempo al termine Balcani si è, però, soliti associare l’idea di divisione e parcellizzazione dei territori (da qui il termine “balcanizzazione” entrato ormai nell’uso comune in qualsiasi ambito), fatto che di per sé rimanda quindi ad una terra di confini, piuttosto che di confine. I confini d’altronde sono uno dei tanti sistemi per mettere ordine nella nostra mente e sono fondamentali per viaggiare e conoscere questi territori e quindi il mondo circostante. Parto dunque con tutta la preparazione geografica e topografica necessaria formata in anni di studi.

Per arrivare a Belgrado dall’Italia abbiamo percorso oltre 1300 km attraversando quattro confini statali e alcuni confini amministrativi interni alla Bosnia, ogni volta ben segnalati da un paesaggio tutto umano costellato di bandiere e marchi fortemente caratterizzati per la loro appartenenza nazionale: bandiere, scritte nei diversi alfabeti (cirillico e latino), edifici religiosi, ecc. Nella città di Belgrado la Sava e il Danubio confluiscono e per secoli hanno segnato il confine tra l’Oriente (l’Impero Ottomano) e l’Occidente (l’impero Asburgico, baluardo della cristianità, appunto). Rimane, però, qualcosa che ci sfugge e che ci lascia perplessi. Questo dubbio ci rimane e si accresce quando arriviamo a Šabac, dove i nostri accompagnatori virtuali, Gavrilo Princip, Nedeljko Čabrinović e Trifko Grabez giunsero il 28 maggio 1914 navigando proprio sulla Sava, il fiume che segnava allora il confine con l’Impero Austro-Ungarico. Come è possibile che tre cospiratori armati di pistole e bombe a mano scegliessero di viaggiare proprio sul confine? Ai nostri occhi sembra un paradosso e un rischio inutile. In questa cittadina decido di fare una passeggiata lungo il fiume, non tanto per vedere dove sbarcarono i tre della Giovane Bosnia, quanto piuttosto per capire qualcosa di più di questa faccenda. Incontriamo un gruppo di ragazzini con il loro allenatore di kajak con cui ci mettiamo a parlare di quel luogo. Lui naturalmente ama il fiume della sua città….addirittura dice che ogni città dovrebbe avere un fiume. Lo dice con naturalezza e lo dice nonostante le tremende alluvioni che lo scorso maggio hanno devastato questa zona.

Sai che questo fiume – dico – ha tracciato per secoli un confine netto tra diversi stati?

Sì, certo – risponde lui – d’altronde i fiumi hanno sempre segnato i confini tra gli Stati.

È un’affermazione che mi suona strana. Sono abituato fin da bambino a pensare ai fiumi come elemento ambientale intorno a cui si costruiscono le città e le civiltà e non come limite divisorio: a partire dalla Mesopotamia tra il Tigri e l’Eufrate, passando da Roma alle grandi città dell’Occidente come Parigi o Londra, fino alla mia città, Firenze in cui il fiume, sebbene non particolarmente amato dai suoi cittadini, è parte integrante del tessuto cittadino fin dalla sua fondazione.

Cos’è dunque questa storia che i fiumi dividono invece di unire? Nei Balcani effettivamente tutti i confini sono segnati da fiumi: la Sava segna per secoli la divisione tra Impero Asburgico e Impero Ottomano prima, e tra Croazia e Bosnia-Erzegovina oggi; la famosa e celebrata Drina tra Serbia e Austria-Ungheria prima del 1914 e Bosnia-Erzegovina oggi, il Tara tra Montenegro e Bosnia-Erzegovina ecc. Perché in questi territori al fiume viene dato questo compito ingrato di rappresentare una linea di divisione invece che un elemento di aggregazione e unione? La questione è apparentemente molto semplice e la causa è rintracciabile proprio nel fatto che questo territorio si è trovato per secoli a cavallo tra due grandi imperi e civilizzazioni e che, nel tentativo di spingersi sempre più avanti, trovano nel fiume una facile delimitazione. La questione però risulta più complessa perché queste confini in realtà non erano barriere presidiate da rigide forme di controllo statale, come siamo abituati oggi, ma come fasce di territorio più ampio, potremmo dire come zona cuscinetto. Si tratta dei celebri confini militari dove la figura del contadino-soldato rappresenta il difensore dei confini statali ma che nella realtà diventa soprattutto una persona abbandonata a se stessa che deve pensare alla difesa più che dello Stato, della sua famiglia e dei suoi terreni. Se nei periodi di guerra dunque questi confini diventano un vero fronte, nei periodi di pace tornano a giocare il loro ruolo tradizionale di elemento di unificazione, facilitato dal fatto che da entrambe le sponde si coltiva la stessa lingua e cultura di fondo. Confini mobili e permeabili, almeno nei lunghi decenni di pace, di cui però si sarebbe persa la memoria e l’abitudine per l’intero novecento, a partire soprattutto da quel 1914 che inaugurò soltanto l’apogeo dei nazionalismi.

La creazione dei confini geometrici, come spiega il geografo Franco Farinelli dell’Università di Bologna, ovvero di confini come li intendiamo oggi, rigidi e presidiati non risale che ai tempi più recenti.

Come mi ricorda lo storico Milovan Pisarri, fino al 1906, anno del primo conflitto con l’Austria (la cosiddetta Guerra dei porci), Belgrado e la Serbia intrattengono rapporti molto stretti con l’altra sponda da cui rimangono influenzati anche culturalmente, come si può vedere dall’architettura mitteleuropea della città. Šabac che fino al 1914 si trova sulla sponda della Sava, e quindi al confine con l’Austria, era un centro commerciale molto sviluppato all’inizio del secolo, come mi spiega la storica Svetlanka Milutinović del Museo cittadino. Anche in questo caso il fiume gioca a favore dell’integrazione tra le due sponde, direi di più è occasione di “fortuna” legata agli scambi commerciali. Il fatto che si trattasse di un confine, non doveva sembrare in fondo così rilevante rispetto alle sue enormi potenzialità di sviluppo commerciale ed economico. Non a caso la città non conserva quasi alcuna memoria del passaggio dei giovani attentatori. Sarà invece la prima città della Serbia ad essere bombardata e invasa dalle truppe austriache. Avrà ingenti perdite umane durante la guerra e perderà, dopo la guerra, tutta la sua attrattiva per il commercio diventando un piccolo centro secondario della nuova Jugoslavia monarchica.

Il rapporto che queste terre coltivano con i propri confini sembra però offrirci un messaggio universale e ricordarci quanto i confini rappresentino proiezioni del nostro bisogno di ordine segnato lungo linee presunte di omogeneità culturale.

 

 

 

 

 

La balcanizzazione dei Balcani. di Eric Gobetti

“Nessuno mi toglierà la certezza che l’Europa era più Europa un secolo fa, quando mia nonna andava in treno in giornata da Trieste alla Transilvania”, scrive Paolo Rumiz. Così anche la Serbia era più Europa, cent’anni fa. Sia negli stili di vita che nell’autopercezione, la distanza col resto del mondo era minima, all’epoca. Oggi, dopo embarghi, guerre, la criminalizzazione di un intero popolo, in Serbia si vive davvero come in un mondo a parte. Non solo la qualità della vita, la quotidianità, prezzi e stipendi sono del tutto differenti da quelli del resto d’Europa; domina soprattutto la percezione di straniamento, di esclusione, di marginalizzazione. In cento anni si è verificata una sorta di balcanizzazione dei Balcani, non solo della Serbia. Nel 1914 la Bulgaria, governata da un principe tedesco, era una promettente potenza militare; La Romania era in espansione e fra le due guerre Bucarest sarebbe diventata una rinomata località mondana, una sorta di Parigi minore, animata da una Belle Epoque ritardataria.

Belgrado vive il suo momento di splendore proprio in quegli anni, di poco successivi al raggiungimento della piena indipendenza. È una città in fermento, cresciuta in maniera esponenziale, sia dal punto di vista demografico che da quello urbanistico; da quarant’anni è un unico cantiere: “Siamo una nazione che ha rotto totalmente con le vecchie e oscure usanze e pregiudizi asiatici e, ora, ci si attaglia tutto ciò che è progressivo, bello e buono”, scrive a fine Ottocento la mente urbanistica della città, l’architetto Emilijan Josimović.

Nel 1914 Gavrilo e i suoi amici viaggiano non su una chiatta a remi ma su un vero battello a vapore, come ce n’è su tutti i fiumi navigabili d’Europa, dal Reno al Don. Il giorno dopo proseguono in treno per Loznica; la ferrovia è stata terminata da poco, non ha nulla da invidiare a quelle austriache. Šabac è una cittadina di tutto rispetto, coi suoi 14.000 abitanti e le centinaia di caffè: in Serbia, all’epoca, detiene il record di kafane rispetto al numero di abitanti! La sua epoca d’oro, come città di frontiera e centro di scambi commerciali, dura poco. A pochi chilometri si combatte, nell’agosto del 1914, una battaglia campale che vede trionfare i serbi contro le armate austriache. È la prima vittoria degli Alleati durante la prima guerra mondiale ma non servirà ad impedire lo sfacelo dell’esercito serbo, pochi mesi dopo. Occupata e devastata, la cittadina perde metà dei suoi abitanti. Non si riprenderà più, rimarrà una piccola località di provincia della Jugoslavia unificata, e così è anche oggi, che ha raggiunto i 50.000 abitanti.

Il 28 maggio 1914 Princip incontra il suo contatto, un capitano delle guardie di frontiera, al caffè Amerika, poi i tre ragazzi trovano da dormire all’hotel Evropa. Non si sentono fuori dal mondo a quel tempo a Šabac, questo è sicuro! A differenza di oggi, all’epoca non era necessario il passaporto per uscire dalla Serbia, anche entrando in un paese quasi nemico com’era l’Impero Austro-Ungarico. Nei giorni successivi Čabrinović passerà il confine addirittura con la tessera scolastica di Trifko Grabež! C’erano ben pochi controlli e la sensazione era quella di vivere in un’unica comunità, una Mitteleuropa allargata che andava dalla Svizzera al Mar Nero, da Cattaro a Berlino.

Così la racconta uno dei migliori scrittori serbi contemporanei, Dušan Veličković: “In quella parte d’Europa il commercio era fiorente, tutto si poteva comperare e tutto si poteva vendere. Sul mercato antiquario non c’era praticamente alcuna limitazione. L’offerta era enorme, i prezzi relativamente bassi, e i collezionisti erano continuamente esposti a emozioni sempre nuove, dagli scavi di Troia alla scoperta della tomba di Tutankhamon. In quell’atmosfera appariva molto realistica una proposta di Friedrich Naumann, che l’insieme di nazionalità dell’Europa centrale venisse sostituito dal termine comune di ‘popolo economico’. ‘Lo spirito della produzione di massa e dell’organizzazione sovranazionale ha conquistato anche la politica’ scriveva Naumann. ‘Gli uomini pensano in continenti’. Al popolo economico dell’Europa centrale appartenevano anche molti giovani che dalla Serbia andavano a frequentare le Università di Pest, Graz, Vienna o Cracovia. Fra loro c’era anche D. Tomić, figlio di un ricco mercante di maiali di Šabac”.

 

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l’hotel Evropa a Sabac cento anni fa

Essere Gavrilo Princip a Belgrado oggi di Simone Malavolti

Belgrado è una città che pulsa e che cambia velocemente, se pensiamo che solo 15 anni fa rappresentava lo spauracchio dell’occidente mentre oggi sembra correre in avanti senza preoccuparsi del passato. Ma questa città mantiene un rapporto tutto particolare col passato che emerge facilmente al solo nominare Princip o l’attentato di Sarajevo del 1914. Quel che c’è di certo è che, da una parte, sa mantenere vivo il proprio rancore ma allo stesso tempo è capace di liberarsi da quell’odioso obbligo a ricordare per odiare il “nemico”, non importa quale volto di volta in volta abbia assunto nel tempo.

Non è difficile, incontrando le persone per strada o nei luoghi pubblici, ritrovare tutti i crismi di una Serbia rancorosa, non più e non tanto verso un’Autria-Ungheria di inizio secolo, ma verso tutti gli altri “nemici” che hanno umiliato e continuano ad umiliare la loro nazione.

Così un pittore che espone i suoi quadri nella via pedonale centrale, scatta non appena sente il nome di Gavrilo Princip e non perde l’occasione per investirmi con un fiume di parole in cui è difficile trovare un capo e una coda, un vero filo conduttore. Non è difficile ritrovare nella ripetizione stanca e sistematica di una retorica pseudo nazionalista e complottista, tutti i topoi tipici della narrazione nazionale serba, da Kosovo polje ai bombardamenti della Nato. E dunque: “Cosa avresti detto se Gavrilo Princip avesse ammazzato Hitler? Non saresti stato d’accordo?”. Annuisco divertito per il parallelo storico decisamente ardito.

Mi reco il giorno dopo nella vecchia kafana Zlatna Maruna, dove i membri della Giovane Bosnia si ritrovarono per organizzare l’attentato a Francesco Ferdinando. Il caffè è stato ricostruito in stile primo novecento negli ultimi anni, ma non conserva memoria di questo piccolo fatto, nonostante le tante foto degli anni ’20 appese alle pareti. La memoria di cui parlo, infatti, non è quella ufficiale delle targhe ufficiali o delle celebrazioni pubbliche, ma la si ritrovanei bar, nelle kafane per la strada.Un gruppo di tre giovani trentenni, non appena accenno loro al progetto, mi accolgono in maniera divertita e simpatica. Anche in questo caso è sufficiente fare il “suo” nome per dare il via ad una serie di considerazioni pseudo-storiche che, sebbene meglio esposte, si rifanno agli stessi schemi narrativi già sentiti e che mi sentirò ripetere per giorni e di cui ormai conosco tutte le sfumature. Allo stesso tempo però mi mostrano divertiti come qualcuno abbia giocato con la sovraesposizione storico-mediatica del personaggio di Gavrilo Princip, creando addirittura un profilo su un social network.

Il giorno dopo mi reco al bel parco di Topcider, su una collina in periferia. All’ingresso incontro una coppia che si ripara sotto gli alberi da una pioggia imminente. Spiego loro che ci troviamo nel parco dove Gavrilo Princip e Nedeljko Čabrinović andarono nel maggio del 1914 ad esercitarsi a sparare in vista dell’attentato. A queste parole però il ragazzo esordisce dichiarandosi “contrario agli attentati e al terrorismo” e mi spiega quanto siano odiose e false per lui le strumentalizzazioni sulla vicenda. Si dice infine contento e in qualche modo fiero che il presidente dell’Austria sarà a Belgrado il 28 giugno in segno di pace.

È però il celebre murales di via Gavrilo Princip ha darmi l’immagine forse più eloquente di come i giovani belgradesi intrattengano questo rapporto tutto particolare con la propria memoria. Si tratta di una graffito con la sua celebre immagine (quasi l’unica foto che esiste) e con la scritta ritrovata nella sua cella di Terezin. Insomma un vero eroe popolare, direi piuttosto pop. Andiamo a vederlo con Olga Manojlović Pintar che ci fa osservare come l’immagine e l’iconografia di Gavrilo Princip sia stata fin dal principio riletta a seconda dei bisogni: nella prima Jugoslavia come eroe nazionale (serbo o jugoslavo a seconda della bisogna), per diventare poi un rivoluzionario durante la Jugoslavia socialista e trasformarsi in questa nuova versione di eroe nazionalista serbo, glorificato addirittura dalla chiesa ortodossa (ricordo che Gavrilo Princip durante l’interrogatorio si dichiarò di ideali jugoslavisti e ateo!).

Ma la parola definitiva l’ha certamente detta colui che sul murales ha pensato bene di riportare tutti con i piedi per terra, disegnando una bella e grande foglia di marijuana sulla bocca del nostro ormai caro Gavrilo Princip, in fondo l’abbiamo detto che anche lui era un giovane, anche se non belgradese.

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Gavrilo Princip, giovane bosniaco a Belgrado_di Simone Malavolti

GAVRILO PRINCIP, giovane bosniaco a Belgrado

di Simone Malavolti

Belgrado è viva e vivace come sempre. Mi reco in cima al Kalemegdan, la fortezza posta alla confluenza della Sava e del Danubio. Da qui lo sguardo si perde verso la Slavonia, e soltanto uno sforzo di immaginazione mi ricorda che proprio alla vigilia della Prima guerra mondiale, nel 1914 , sull’altra sponda vi era già l’Austria-Ungheria. Provo ad immaginare cosa può aver pensato Gavrilo Princip una volta giunto in questa città osservando dalle sue alture l’odiato austriaco preparandosi a compiere il gesto che avrebbe cambiato il ‘900. Resta difficile immaginare come doveva essere questa città che nel corso del ‘900 è stata bombardata tre volte e quindi quasi completamente ricostruita. E risulta difficile anche immaginare un giovane bosniaco proveniente da un piccolo paese della Bosnia Erzegovina in una Belgrado, già allora e a suo modo, cosmopolita che si voleva in tutto e per tutto europea.

Gavrilo Princip era originario di Gornji Obljaj, piccolo paese situato in una zona poco abitata della Bosnia Erzegovina occidentale, oggi al confine con la Croazia, ma per secoli punto di incontro di tre confini tra Impero Ottomano, Impero Asburgico e Repubblica di Venezia. I membri della famiglia dei Princip, nonostante non fossero di religione musulmana, avevano svolto un ruolo importante di difesa del confine, arruolondosi come “matrolozi”, le guardie di frontiera specializzate nella difesa del confine militare, la “kapitanija”. E lo stesso cognome Princip non è, come è facilmente intuibile, linguisticamente di origine slava, sembra anzi volerci ricordare la sua origine “di confine”: si tratta infatti di un nomignolo dato ad un suo antenato stimato come guerriero e per questo ribattezzato dai bey musulmani, come “Princip” per la sua enorme statura, ma fa riferimento al termine italiano “principe” usato dai veneziani oltre le alpi dinariche, sulla costa. Insomma, un cognome che racchiude in sé in qualche modo la condizione confinaria e per secoli precaria di queste regioni.

Gavrilo giunge a Belgrado poco più ragazzo, nel maggio del 1912, da un territorio, la Bosnia Erzegovina, occupata dall’odiato Impero Austroungarico fin dal 1878. Si iscrive alle scuole superiori, nonostante gli scarsi e deludenti risultati scolastici che avevano segnato la sua carriera, ma conserva e matura una grande voglia di ribalta. Sarà la Prima guerra balcanica contro un altro impero, quello Ottomano, ad offrirgli finalmente una possibilità di riscatto. Si offre volontario e viene mandato in un centro di addestramento nel sud della Serbia dove – come ci racconta Rebecca West nel suo celebre racconto di viaggio in Jugoslavia Black Lamb and Grey Falcon del 1941 – “avrebbe certamente dimostrato di saper essere un soldato eccellente se l’unica dote richiesta fosse stata quella del coraggio”. Naturalmente il coraggio non è un elemento importante per un esercito, ma potebbe rivelarsi invece importante per altri progetti. A causa del suo fisico deperito, però, viene presto congedato. Torna quindi a Belgrado con un profondo senso di umiliazione e voglia di riscatto. A questo segue l’ennesima sensazione di umiliazione data da una difficile integrazione in un contesto dove viene trattato, dagli stessi suoi compagni di studi, da provinciale e ingenuo sempliciotto. È questa la lettura che ha voluto farne lo storico e uno dei biografi di Gavrilo Princip, Guido Van Hengel. Un disprezzo manifestato nel più classico dei modi che vede il cittadino sorridere superbamente della semplicità campagnola della matricola. Insomma una storia quasi universale nella sua dinamica sociale, che bene o male potrebbe vivere anche un giovane studente che si stabilisce in una grande città da un piccolo paese di provincia. Un’immagine di Princip, però, che cozza non soltanto con la gretta inconografia di oggi che lo vuole come un eroe al pari del Principe Lazar della battaglia di Kosovo polje, ma anche con un’iconografia cinematografica jugoslava che lo rappresentava come un giovane intellettuale capace di imporsi sui propri compagni e persino di fronte al capo della polizia con la sola potenza della retorica dei grandi idealisti, come si può vedere nel film Sarajevski atentat del 1968.

Un giovane emigrato sradicato con una grande voglia di riscatto alla ricerca del senso della vita e che trova nel movimento jugoslavista il giusto mezzo per riscattare se stesso e il proprio popolo. Dubito abbia trovato un vero riscatto sociale chiuso nella sua cella di Terezin, nell’attuale Repubblica Ceca dove passò gli ultimi anni della sua vita e trovò la morte nel 1918, ma sembra che abbia voluto confermare di aver trovato un senso per la propria esistenza scrivendo sul muro della cella la celebre frase: “Le nostre ombre cammineranno per Vienna, si perderanno tra le corti, spaventeranno i signori”.

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Belgrado, inizio secolo. Foto esposta in una vetrina.

 

 

Il Piemonte dei Balcani. di Eric Gobetti

“Il cielo sopra Belgrado è ampio e alto, mutevole e sempre bello; nelle chiare giornate invernali, con un gelo lussureggiante; durante i temporali estivi, quando tutto si trasforma in un’unica nuvola scura che, spinta da un folle vento, porta pioggia frammista a polvere della pianura pannonica; in primavera, quando anche il cielo sembra fiorire insieme alla terra; in autunno, quando diventa pesante per gli sciami di stelle autunnali. È sempre bello e ricco, a compensazione, per questa strana città, di tutto quello che non possiede e come consolazione per tutto quello che dovrebbe essere” (Ivo Andric)

“A Belgrado – scrive la scrittrice serba Jasmina Tešanović – il crocevia balcanico di Oriente e Occidente si localizza sulla fortezza, il Kalemegdan. Guerre vive e morte, come certe città inventate, lungo la via Knez Mihajlova giungono fino ai venditori di gelati e di palloncini, a uno schipetaro e a una zingara, e poi per mezzo di spiriti scendono in basso verso uno dei fiumi, la Sava o il Danubio”. Così anche Gavrilo Princip, in partenza per il suo ultimo viaggio, scende verso la Sava. Me lo immagino un momento prima, coi suoi compagni, in cima alla fortezza turca, osservare dall’alto, come tante volte ho fatto io, la confluenza dei due grandi fiumi. Giustamente scriveva nel 1904 la viaggiatrice inglese Mary Durham: “La posizione di Belgrado è fra le più belle. Naturalmente, essere situata in modo tale che il nemico la possa comodamente bombardare dalla propria porta di casa è ridicolo per una capitale, ma la bellezza pura della posizione naturale di Belgrado è difficilmente superabile”. Dall’altra parte infatti è già Austria-Ungheria, il nemico immenso e invincibile che Gavrilo va a sfidare.

“Quando si viaggia soli, come succede troppo spesso, bisogna pagare di tasca propria, ma qualche volta la vita è buona e permette di andare in giro e di vedere il mondo, anche soltanto a tratti e per poco, con quei quattro o cinque amici che testimonieranno per noi il giorno del Giudizio, parlando a nostro nome” (Claudio Magris). Così Gavrilo Princip non viaggia da solo ma insieme a due amici, due congiurati. Sono una trojka, una cellula di tre individui che si sono giurati fedeltà e hanno un obiettivo, un compito da svolgere insieme. Sono tutti esuli bosniaci che da alcuni mesi vivono a Belgrado. Trifko Grabež è figlio di un pope di Pale, località di montagna non lontano da Sarajevo, assurta agli onori delle cronache per essere stata la capitale della Repubblica serba di Bosnia durante l’ultima guerra. Nedeljko Čabrinović fa il tipografo ma ha esercitato diversi mestieri, e ha viaggiato più degli altri, lavorando per un certo tempo anche a Trieste. Si sono addestrati al tiro con le pistole, negli ultimi giorni al parco di Topčider, oggi una collina residenziale, all’epoca quasi campagna. Stanno cercando di capire anche il complicato metodo di innesco delle bombe: vanno sbattute contro una superficie solida e poi bisogna attendere qualche secondo prima di lanciarle. Ora sono finalmente pronti. È finita l’epoca dei caffè fumosi dove fare progetti per il futuro, del mercato affollato di contadini a Zeleni Venac, delle stanze piccole umide e polverose a Dorćol.

È tempo di partire. Quel mattino Trifko, Nedeljko e Gavro si incamminano verso il porticciolo sulla Sava. Le mani in tasca, una sacca per bagaglio. Dentro, un pezzo di formaggio, pane duro, un po’ di soldi avuti da Apis – l’onnipotente capo dei servizi segreti militari – le armi, il cianuro. Belgrado è stata casa e madre, heimat, per Gavrilo ma il suo destino si deve compiere lontano da qui, nella terra dov’è nato, la Bosnia. Come Torino un secolo prima, Belgrado funge da centro di attrazione per tutti gli attivisti politici dell’area che sognano uno stato per tutti i popoli jugoslavi. La Serbia è il nuovo Piemonte; “Pijemont” è la testata della principale associazione irredentista serba, di cui Princip in qualche modo fa parte. Si chiama Unione o morte, è stata fondata nel 1911 dallo stesso Apis e gran parte dei suoi aderenti sono ufficiali dell’esercito o della gendarmeria. Passerà alla storia come Mano nera, anche qui in riferimento alla carboneria risorgimentale italiana. Il gruppo dei congiurati fa parte della Mlada Bosna, la Giovane Bosnia, che ancora una volta si richiama all’esperienza rivoluzionaria italiana.

C’è anche un’altra similitudine col caso italiano, nell’atteggiamento timido e ambiguo della monarchia. I Karadjordjević come i Savoia sessant’anni prima, sono soprattutto preoccupati di non turbare troppo gli equilibri internazionali, e perseguono obiettivi limitati di espansione. Attorno a loro però, quasi involontariamente, si addensa l’entusiasmo popolare e l’attività febbrile di gruppi elitari ma influenti di patrioti. I loro obiettivi rimangono ambigui, il livello di autonomia dai poteri forti opinabile, concreta la possibilità di strumentalizzazione da parte della corona, dei servizi segreti, dell’esercito.

I diversi centri di potere si coagulano in occasioni specifiche, come nel caso delle guerre balcaniche, durante le quali la mobilitazione è stata generale, come la compattezza delle diverse autorità civili e militari. Tra il 1912 e il 1913 la Serbia ha raggiunto un successo strepitoso, assolutamente al di sopra delle aspettative. Nel primo conflitto la coalizione balcanica (Serbia, Montenegro, Bulgaria e Grecia) ha disfatto i restanti possedimenti ottomani in Europa; le truppe bulgare, nettamente le più agguerrite e ben addestrate, sono arrivate a pochi chilometri da Istambul e solo la diplomazia internazionale le ha fermate. La Serbia però non rispetta i patti sottoscritti solo qualche settimana prima: oltre a spartirsi Kosovo e Albania con il Montenegro, ha conquistato quasi tutta la Macedonia, e non intende cederne una parte ai bulgari come stabilito. Scoppia la seconda guerra balcanica e stavolta i bulgari, attaccati anche dalla Romania, devono cedere. La Serbia ingloba adesso l’intera Macedonia, anche se deve cedere alle insistenze asburgiche e consentire la costituzione di uno stato indipendente albanese. In meno di un anno la Serbia ha raddoppiato il territorio, aumentando del 64% il numero di abitanti.

Sull’onda dell’entusiasmo i patrioti fremono: è il momento della rivoluzione nazionale, basterà ancora un piccolo sforzo per far crollare anche l’altro impero oppressore, quello austro-ungarico, e realizzare l’unità jugoslava, da Trieste a Skoplje. Ma il governo e la corona frenano; il paese è allo stremo, forse non è il momento di agire. Apis però ha già dato avvio all’iniziativa, e i tre ragazzi bosniaci attraversano il paese e penetrano in Bosnia utilizzando i suoi canali (kanal), attraverso gendarmi e guardie di frontiera aderenti alla Mano nera.

Eccoli dunque che si imbarcano, i tre compagni, dopo mesi di preparativi, per compiere l’impresa. Hanno in tasca una serie di nomi e indirizzi utili per passare il confine. “Il sole sorge sul fiume, trasforma le onde e la nebbia in un riverbero abbagliante” (Magris 1986). I tre amici salgono sul battello a vapore che li porterà, lungo la Sava, 40 chilometri più ad ovest, a Šabac. È il 28 maggio 1914, manca un mese all’appuntamento con la Storia.

 

In viaggio. di Eric Gobetti

“Inutile prepararsi, tanto poi il viaggio farà del suo meglio per far saltare i nostri schemi. E tutto pare una metafora della vita, una preparazione al grande trasloco. Talvolta penso che chi ha passato molte frontiere è anche più preparato a morire. Non teme l’incognita come un sedentario” (Paolo Rumiz)

 

Più si avvicina la data fatidica della partenza, più mi sembra che questo progetto sia una follia. Una di quelle idee che ti vengono a tarda notte, poi ti svegli la mattina e capisci subito che non è realizzabile davvero. Devono averla vissuta così anche Gavrilo e i suoi amici, più o meno cento anni fa, mentre si preparavano a partire per Sarajevo. Argento vivo addosso, tensione, paura, esaltazione. E un ricordo sbiadito di quella sera davanti a un boccale pieno: “Ehi Gavro, che ne dici di andar lì e far fuori l’erede al trono degli Asburgo?”, “beh, perchè no, sarebbe un bel colpo, non credi Ned?”, e giù un altro sorso.

Eppure li sento distanti, quegli uomini, ben più del secolo che ci separa. È vero, erano precari, insoddisfatti, intellettualmente vitali. Tuttavia la loro abnegazione, la loro forza di volontà, i loro ideali, sono lontani millenni dall’apatia che oggi ci stringe tutti come un cappio. E se l’abitudine agli agi borghesi e la vita familiare mi fanno sentire vicino al loro obiettivo, Francesco Ferdinando, d’altra parte come posso immedesimarmi in un promesso imperatore che solo la smania di potere teneva in vita?

Sì, il mondo è cambiato, in questi cento anni, più di quanto ci sembri ma anche molto meno. Ogni nuova lettura, ogni nuova immagine sfuocata, mi fa sentire sempre più vicino a questi viaggiatori di un secolo fa, a questi uomini che andavano, consapevolmente o meno, verso il loro martirio. E marciavano cantando, come si faceva una volta. Temendo la morte, ma sempre pronti a morire, come i viaggiatori a rifar la valigia.

Gavrilo e Franz sono dei viaggiatori. Non nell’accezione moderna e nemmeno nel senso che davano i contemporanei a questo termine. Non erano viaggiatori oziosi che vagabondavano per i paesi più esotici per il gusto dell’assurdo, del misterioso e, in fin dei conti, del derisibile. Inglesi, francesi, tedeschi che partono per l’India, la Turchia, la Serbia, o che intraprendono il viaggio in Italia come un romanzo di formazione. Visti con gli occhi di oggi i nostri due protagonisti sono viaggiatori veri, gente che si sposta per l’Europa con uno scopo, che incontra persone, fa esperienze vere, non turismo. D’altronde la parola turismo, dal francese “tour”, giro, dà il senso dell’inutilità, del girare a vuoto, come una giostra dalle emozioni sempre meno forti. O come un gatto che gioca con la propria coda, senza riconoscersi in quell’altra faccia del mondo. Il viaggio invece ti porta da qualche parte, ha uno scopo, ti fa crescere.

Franz era uomo di mondo. E anche Sofia, sua moglie, era mondana, nel senso buono, naturalmente. Anche su questo però bisogna intendersi. L’idea che abbiamo oggi di mondanità ha molto a che fare con vernissage, aperitivi e clubbing. Tutte cose che traggono origine dalle esperienze dell’alta società della Belle Epoque ma che ne mancano il senso profondo. Franz in effetti era spesso in movimento, viaggiava per doveri sociali e di governo. Nominato nel 1913 Ispettore delle forze armate, quale erede al trono era spesso tenuto a presenziare a cerimonie ufficiali in varie parti dell’Impero, non solo alle manovre militari. Aveva dunque visto ogni angolo del grande impero ma era stato anche diverse volte all’estero: in Italia, Germania, Gran Bretagna, Impero Ottomano.

Ben prima di essere nominato erede al trono, nel 1892-1893, Franz Ferdinand aveva compiuto un viaggio di un anno intorno al mondo: attraverso il canale di Suez era approdato in India, poi l’Australia, il Giappone, gli Stati Uniti d’America (coast-to-coast in treno) per poi tornare in Europa attraverso l’Atlantico. Ne aveva anche pubblicato un lungo resoconto, a quanto pare noiosetto, nel quale si dilungava sulla volgarità delle ballerine di New York e sui piaceri della caccia all’elefante in India.

Certo non viaggiava con zaino e sacco a pelo, Francesco Ferdinando d’Este, erede al trono degli Asburgo, tuttavia sapeva il gusto dell’imprevisto, delle voci straniere fuori dal finestrino; si sentiva anche lui forse talvolta, “felice solo a non capire che si dice” (Vinicio Capossela). È certo più facile immedesimarsi in Gavrilo Princip, un adolescente irrequieto, che all’epoca dell’attentato aveva già più volte attraversato il confine tra Serbia e Bosnia. In treno ma spesso a piedi, con pochi soldi, vivendo al limite, fidando sull’ospitalità di qualche sconosciuto, Gavrilo aveva visto una fetta limitata di mondo. E tuttavia rispetto agli uomini della sua epoca era un vero viaggiatore, sfuggito alla gleba, alla schiavitù della terra e del villaggio, per vedere le città, scoprire le lingue, le abitudini, i costumi, le religioni diverse di quel mondo in piccolo che era la Bosnia dell’epoca. Andava, con abiti sdruciti, una borsa con pochi risparmi ma scarpe buone, di cuoio. “Schuhe, scarpe. Un uomo con buone scarpe può rispondere a qualsiasi emergenza. Ha un’andatura migliore, diventa meno goffo, infonde più fiducia” (Paolo Rumiz).

Sempre pronti a partire, i nostri eroi si mettono in viaggio. Mettiamoci dunque in viaggio con loro. E che Iddio ci protegga, come avrà certamente detto anche Franz alla moglie Sofia, prima di partire per l’ultimo viaggio.

 

Attentato a Sarajevo. di Eric Gobetti

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“Serajevo! Ecco il nome che fece sussultare tutto il mondo nella tragica estate del 1914”, scrivevano due pubblicisti italiani in un libretto di propaganda del 1942, sostenendo che, grazie alle truppe naziste, la città “s’è liberata dal giogo dei Serbi ed è tornata nella cerchia civile d’Europa”.

“La ferita di quel 28 giugno 1914 è ancora aperta, per tutta l’Europa”, affermava Claudio Magris quarant’anni dopo, nel 1986.

“A chi ha l’orecchio buono, Sarajevo restituisce secoli di suoni: il colpo di Gavrilo Princip contro l’arciduca Francesco Ferdinando, il tapum del cecchino, il rimbombo dei mortai, i cingoli della Wehrmacht, il crepitare del rogo dei libri dentro la biblioteca nazionale”, scrive Paolo Rumiz nella sua cotogna di Istanbul, nel 2010: “Da nessuna parte puoi capire meglio il destino d’Europa”.

Passano i decenni ma Sarajevo resta un simbolo e il suo attentato un momento di passaggio epocale, vera curva a gomito della storia. Non è un caso se l’attentato di Sarajevo viene ricordato per il luogo e non per le vittime. Non si parla dell’attentato di Dallas per JFK e nessuno ricorda dov’è caduto Umberto I, sebbene molti celebrino l’assassino, Gaetano Bresci, come un eroe. Anche in questo caso per molti Gavrilo Princip è un’eroe. È su di lui, sulla sua figura di adolescente inquieto, che si è costruito l’immaginario di questo evento. Così per molti anni Franz Ferdinand è stato visto non come un essere umano, vittima di un omicidio, ma come un simbolo, l’incarnazione di un impero in decadenza, un uomo già morto, come il suo ridicolo impero. L’altro invece, Princip, era l’eroe romantico, in lotta contro l’oppressione, pronto a mettere in gioco la sua stessa vita per la libertà del popolo. I tre film realizzati in Jugoslavia tra il 1968 e il 1990 offrono tutti questa visione, in maniera più o meno sofisticata.

Oggi l’interpretazione è cambiata, quasi capovolta. La storia è sempre contemporanea e così le celebrazioni di questo centenario parlano dell’oggi e non di un secolo fa. E oggi due immaginari dominano lo spazio pubblico. Da una parte c’è lo stereotipo globale del terrorista fanatico, a cui Princip viene fatto incongruamente assomigliare. Quel fanatismo – prettamente islamico ma non solo – che spinge un adolescente a cercare il martirio attraverso il terrorismo, col solo scopo di negare una società che vogliamo credere perfetta. Che sia l’impero multinazionale degli Asburgo nel 1914 o l’Unione Europea di oggi, la Belle Epoque o il sogno americano… perché questi giovani pazzi dovrebbero volerne la fine?

Poi c’è lo stereotipo balcanico che criminalizza il nazionalismo serbo, di cui Princip sarebbe l’incarnazione maligna e demoniaca. Un nazionalismo così estremista e megalomane da riuscire a distruggere un’epoca di pace, mitizzata come un’arcadia romantica, ignorando ipocritamente che l’Europa di allora affondava le sue radici su quella stessa ideologia nazionalista. Gli spari di Sarajevo avrebbero così innescato un circolo vizioso di guerre e devastazioni che, come un chiasmo perfetto, si sarebbe chiuso di nuovo a Sarajevo, ottantanni dopo. Eccoli ancora lì i fanatici serbi – stavolta chiusi fuori dalla città elevata a simbolo di pace e tolleranza, beatificata dalle olimpiadi del 1984 – a sparagli addosso per negare i santi ideali, che sarebbero invece prerogativa del nostro bel mondo occidentale.

Io non ci sto. Da storico non posso accontentarmi di usare stereotipi moderni come metro di giudizio per il passato. Da uomo di oggi non posso cullarmi nel sogno idilliaco di un mondo occidentale perfetto, di cui i Balcani sarebbero un’appendice da estirpare. Voglio dare un volto e un nome ai protagonisti di questa storia, ricostruirne pensieri e gesti. Per farlo viaggerò con loro, li accompagnerò per le strade che li hanno portati a Sarajevo, in faccia al loro destino. Non c’è niente come l’intimità di un viaggio, per capire una persona. E nei loro percorsi, nei tragitti che li portano in Bosnia, troverò traccia dell’epoca in cui sono vissuti, ma anche del tempo trascorso, del mondo di oggi che, per molti versi, è figlio di quegli spari.

La guerra, la Grande guerra, che segna la fine di un’epoca di pace unica nella storia d’Europa e l’inizio del secolo delle guerre, delle ideologie e delle stragi di massa, avrebbe potuto scoppiare in qualunque momento, per qualunque altra ragione. Eppure è cominciata così. Non possiamo farci nulla. Proprio nulla. È stato cento anni fa, ormai è tardi per rimediare. Questa storia però ci può insegnare qualcosa. È una favola, un romanzo, un incubo, dipende dai punti di vista. In ogni caso è una storia.

La nostra storia.

Com’è bella la città. di Eric Gobetti

“Dicemmo addio a tutta quanta un’epoca”

(Guillaume Apollinaire, 1918)

Protagoniste della nostra storia sono anche le città: Vienna, Belgrado, Sarajevo. Vienna è una città d’intellettuali, artisti, ussari, burocrati e nobildonne; non ha vocazione commerciale. Niente fabbriche, niente industrie, solo un grande e fertile sottoproletariato urbano. Belgrado è una capitale-farsa, un ponte tra il vecchio e il nuovo, tra mercato contadino e centro commerciale. Fra le tre Sarajevo è certamente la meno ricca, la più provinciale ma anche la più dinamica economicamente. Scrive La Gazzetta del popolo il 29 giugno 1914: “Il suo nome viene dal serraglio che Maometto II vi fece costruire. Anche prima dell’annessione all’Austria, Serajevo aveva coltivato con successo industrie e commerci. Sono celebri le sue fabbriche di armi bianche, così care ai turchi. La linea ferroviaria, per quanto modesta, che ora attraversa la Bosnia ha giovato molto ai traffici di Serajevo, i cui bazar sono ricchissimi di sciabole e di oggetti di cuoio, di lana e di crine”.

La grande assente in questa storia è però la grande industria, che a quell’epoca ha già cambiato il volto d’Europa e che da lì a poco deciderà i destini della guerra. Milioni di uomini trasformati in macchine, in pezzi d’ingranaggio, si faranno fare a pezzi da cannoni d’acciaio di dimensioni inimmaginabili, corazzate inaffondabili, siluri, mitragliatrici. Hanno un bel dire i futuristi, coi loro manifesti provocatori, a glorificare le macchine. Di lì a poco verranno schiacciati anche loro, stritolati come tutti, da quegli stessi aggeggi tanto idolatrati.

“Ci resta dopo il massacro la speranza di un’umanità purificata”, scrivono i dadaisti nel 1918. Sbagliano anche loro, ingenui. Nel trentennio successivo i totalitarismi daranno a quell’umanità traumatizzata un nuovo scopo, una nuova identità, un destino superiore da compiere. E una Guida. Pronta a lanciare nuovamente le masse al massacro.

E finalmente Robert Musil scriverà:

“La natura umana è altrettanto idonea all’antropofagia quanto alla critica della ragion pura”.

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(20 aprile 1941. Adolf Hitler osserva compiaciuto il dono per il suo compleanno: la placca commemorativa dell’attentato di Sarajevo, rimossa dalle truppe naziste dopo l’occupazione della città)

 

 

50 sfumature di bianco, di Eric Gobetti

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“A Vienna andranno i nostri fantasmi, e vagando nel Palazzo faranno paura ai sovrani”

(l’ultima poesia di Gavrilo Princip, Terezin 1918)

 

Siamo abituati a pensare al progresso in maniera lineare, come un miglioramento continuo. Pensiamo però all’igiene del vestiario. L’introduzione della lavatrice domestica è stata davvero una svolta epocale, specie nella vita delle donne. Eppure non posso fare a meno di pensare a quel che probabilmente ha detto la mia bisnonna quando ne ha vista una la prima volta: “Io lavo meglio!” È vero. L’esercito di lavandaie e stiratrici di casa imperiale certamente produceva abiti così lindi e profumati che non sappiamo nemmeno immaginarceli oggi. La distanza sociale veniva rimarcata anche in queste piccole cose, dal grande effetto.

“Ci scommetterei che l’uomo che ha fatto il colpo s’era vestito bene apposta”, sostiene Il buon soldato Sćveik nel romanzo omonimo di Jaroslav Hašek, e pensa proprio a Gavrilo Princip. Certo s’era vestito al meglio, quel giorno, ma avrà avuto un unico abito, e come sempre odorava di grassi animali, sigarette e polvere. E non era uno straccione Gavrilo.

Oggi il più ricco degli umani va vestito più o meno come noi e in fondo anche il più povero ha due magliette con colori sgargianti. Un secolo fa invece Franz e Sofia si stagliavano sulla folla dei loro sudditi grigi e sdruciti come stelle nelle tenebre. Dovevano sembrare angeli, nei loro abiti immacolati, creature ultraterrene.

“Un giorno come gli altri ma forse con più rabbia in corpo”, Gavrilo “pensò che aveva il modo di riparare a qualche torto”, per dirla con Francesco Guccini. Mentre mirava al cuore di Franz e Sofia sarà stato anche accecato da tanta pulizia, da tanta rigidità inamidata. L’erede al trono degli Asburgo era tanto ossessionato dalla compostezza degli abiti che da qualche anno, essendo un po’ imbolsito, se li faceva cucire addosso. Ci volle mezz’ora perché qualcuno trovasse un paio di forbici per fare letteralmente a pezzi la divisa dell’arciduca. Nel frattempo Franz si dissanguava lentamente. I suoi abiti così lindi sono rimasti per sempre intrisi di sangue. Si possono vedere, particolare lugubre e raccapricciante, al museo di storia militare di Vienna.

Sarebbe ora di dargli una sciacquata, anche se oramai è tardi.

“Troppo tardi, tardi per l’Austria, per l’Europa e il mondo” (Gilberto Forti).