Com’è bella la città. di Eric Gobetti

“Dicemmo addio a tutta quanta un’epoca”

(Guillaume Apollinaire, 1918)

Protagoniste della nostra storia sono anche le città: Vienna, Belgrado, Sarajevo. Vienna è una città d’intellettuali, artisti, ussari, burocrati e nobildonne; non ha vocazione commerciale. Niente fabbriche, niente industrie, solo un grande e fertile sottoproletariato urbano. Belgrado è una capitale-farsa, un ponte tra il vecchio e il nuovo, tra mercato contadino e centro commerciale. Fra le tre Sarajevo è certamente la meno ricca, la più provinciale ma anche la più dinamica economicamente. Scrive La Gazzetta del popolo il 29 giugno 1914: “Il suo nome viene dal serraglio che Maometto II vi fece costruire. Anche prima dell’annessione all’Austria, Serajevo aveva coltivato con successo industrie e commerci. Sono celebri le sue fabbriche di armi bianche, così care ai turchi. La linea ferroviaria, per quanto modesta, che ora attraversa la Bosnia ha giovato molto ai traffici di Serajevo, i cui bazar sono ricchissimi di sciabole e di oggetti di cuoio, di lana e di crine”.

La grande assente in questa storia è però la grande industria, che a quell’epoca ha già cambiato il volto d’Europa e che da lì a poco deciderà i destini della guerra. Milioni di uomini trasformati in macchine, in pezzi d’ingranaggio, si faranno fare a pezzi da cannoni d’acciaio di dimensioni inimmaginabili, corazzate inaffondabili, siluri, mitragliatrici. Hanno un bel dire i futuristi, coi loro manifesti provocatori, a glorificare le macchine. Di lì a poco verranno schiacciati anche loro, stritolati come tutti, da quegli stessi aggeggi tanto idolatrati.

“Ci resta dopo il massacro la speranza di un’umanità purificata”, scrivono i dadaisti nel 1918. Sbagliano anche loro, ingenui. Nel trentennio successivo i totalitarismi daranno a quell’umanità traumatizzata un nuovo scopo, una nuova identità, un destino superiore da compiere. E una Guida. Pronta a lanciare nuovamente le masse al massacro.

E finalmente Robert Musil scriverà:

“La natura umana è altrettanto idonea all’antropofagia quanto alla critica della ragion pura”.

Immagine

(20 aprile 1941. Adolf Hitler osserva compiaciuto il dono per il suo compleanno: la placca commemorativa dell’attentato di Sarajevo, rimossa dalle truppe naziste dopo l’occupazione della città)

 

 

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