Attentato a Sarajevo. di Eric Gobetti

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“Serajevo! Ecco il nome che fece sussultare tutto il mondo nella tragica estate del 1914”, scrivevano due pubblicisti italiani in un libretto di propaganda del 1942, sostenendo che, grazie alle truppe naziste, la città “s’è liberata dal giogo dei Serbi ed è tornata nella cerchia civile d’Europa”.

“La ferita di quel 28 giugno 1914 è ancora aperta, per tutta l’Europa”, affermava Claudio Magris quarant’anni dopo, nel 1986.

“A chi ha l’orecchio buono, Sarajevo restituisce secoli di suoni: il colpo di Gavrilo Princip contro l’arciduca Francesco Ferdinando, il tapum del cecchino, il rimbombo dei mortai, i cingoli della Wehrmacht, il crepitare del rogo dei libri dentro la biblioteca nazionale”, scrive Paolo Rumiz nella sua cotogna di Istanbul, nel 2010: “Da nessuna parte puoi capire meglio il destino d’Europa”.

Passano i decenni ma Sarajevo resta un simbolo e il suo attentato un momento di passaggio epocale, vera curva a gomito della storia. Non è un caso se l’attentato di Sarajevo viene ricordato per il luogo e non per le vittime. Non si parla dell’attentato di Dallas per JFK e nessuno ricorda dov’è caduto Umberto I, sebbene molti celebrino l’assassino, Gaetano Bresci, come un eroe. Anche in questo caso per molti Gavrilo Princip è un’eroe. È su di lui, sulla sua figura di adolescente inquieto, che si è costruito l’immaginario di questo evento. Così per molti anni Franz Ferdinand è stato visto non come un essere umano, vittima di un omicidio, ma come un simbolo, l’incarnazione di un impero in decadenza, un uomo già morto, come il suo ridicolo impero. L’altro invece, Princip, era l’eroe romantico, in lotta contro l’oppressione, pronto a mettere in gioco la sua stessa vita per la libertà del popolo. I tre film realizzati in Jugoslavia tra il 1968 e il 1990 offrono tutti questa visione, in maniera più o meno sofisticata.

Oggi l’interpretazione è cambiata, quasi capovolta. La storia è sempre contemporanea e così le celebrazioni di questo centenario parlano dell’oggi e non di un secolo fa. E oggi due immaginari dominano lo spazio pubblico. Da una parte c’è lo stereotipo globale del terrorista fanatico, a cui Princip viene fatto incongruamente assomigliare. Quel fanatismo – prettamente islamico ma non solo – che spinge un adolescente a cercare il martirio attraverso il terrorismo, col solo scopo di negare una società che vogliamo credere perfetta. Che sia l’impero multinazionale degli Asburgo nel 1914 o l’Unione Europea di oggi, la Belle Epoque o il sogno americano… perché questi giovani pazzi dovrebbero volerne la fine?

Poi c’è lo stereotipo balcanico che criminalizza il nazionalismo serbo, di cui Princip sarebbe l’incarnazione maligna e demoniaca. Un nazionalismo così estremista e megalomane da riuscire a distruggere un’epoca di pace, mitizzata come un’arcadia romantica, ignorando ipocritamente che l’Europa di allora affondava le sue radici su quella stessa ideologia nazionalista. Gli spari di Sarajevo avrebbero così innescato un circolo vizioso di guerre e devastazioni che, come un chiasmo perfetto, si sarebbe chiuso di nuovo a Sarajevo, ottantanni dopo. Eccoli ancora lì i fanatici serbi – stavolta chiusi fuori dalla città elevata a simbolo di pace e tolleranza, beatificata dalle olimpiadi del 1984 – a sparagli addosso per negare i santi ideali, che sarebbero invece prerogativa del nostro bel mondo occidentale.

Io non ci sto. Da storico non posso accontentarmi di usare stereotipi moderni come metro di giudizio per il passato. Da uomo di oggi non posso cullarmi nel sogno idilliaco di un mondo occidentale perfetto, di cui i Balcani sarebbero un’appendice da estirpare. Voglio dare un volto e un nome ai protagonisti di questa storia, ricostruirne pensieri e gesti. Per farlo viaggerò con loro, li accompagnerò per le strade che li hanno portati a Sarajevo, in faccia al loro destino. Non c’è niente come l’intimità di un viaggio, per capire una persona. E nei loro percorsi, nei tragitti che li portano in Bosnia, troverò traccia dell’epoca in cui sono vissuti, ma anche del tempo trascorso, del mondo di oggi che, per molti versi, è figlio di quegli spari.

La guerra, la Grande guerra, che segna la fine di un’epoca di pace unica nella storia d’Europa e l’inizio del secolo delle guerre, delle ideologie e delle stragi di massa, avrebbe potuto scoppiare in qualunque momento, per qualunque altra ragione. Eppure è cominciata così. Non possiamo farci nulla. Proprio nulla. È stato cento anni fa, ormai è tardi per rimediare. Questa storia però ci può insegnare qualcosa. È una favola, un romanzo, un incubo, dipende dai punti di vista. In ogni caso è una storia.

La nostra storia.

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