Il Piemonte dei Balcani. di Eric Gobetti

“Il cielo sopra Belgrado è ampio e alto, mutevole e sempre bello; nelle chiare giornate invernali, con un gelo lussureggiante; durante i temporali estivi, quando tutto si trasforma in un’unica nuvola scura che, spinta da un folle vento, porta pioggia frammista a polvere della pianura pannonica; in primavera, quando anche il cielo sembra fiorire insieme alla terra; in autunno, quando diventa pesante per gli sciami di stelle autunnali. È sempre bello e ricco, a compensazione, per questa strana città, di tutto quello che non possiede e come consolazione per tutto quello che dovrebbe essere” (Ivo Andric)

“A Belgrado – scrive la scrittrice serba Jasmina Tešanović – il crocevia balcanico di Oriente e Occidente si localizza sulla fortezza, il Kalemegdan. Guerre vive e morte, come certe città inventate, lungo la via Knez Mihajlova giungono fino ai venditori di gelati e di palloncini, a uno schipetaro e a una zingara, e poi per mezzo di spiriti scendono in basso verso uno dei fiumi, la Sava o il Danubio”. Così anche Gavrilo Princip, in partenza per il suo ultimo viaggio, scende verso la Sava. Me lo immagino un momento prima, coi suoi compagni, in cima alla fortezza turca, osservare dall’alto, come tante volte ho fatto io, la confluenza dei due grandi fiumi. Giustamente scriveva nel 1904 la viaggiatrice inglese Mary Durham: “La posizione di Belgrado è fra le più belle. Naturalmente, essere situata in modo tale che il nemico la possa comodamente bombardare dalla propria porta di casa è ridicolo per una capitale, ma la bellezza pura della posizione naturale di Belgrado è difficilmente superabile”. Dall’altra parte infatti è già Austria-Ungheria, il nemico immenso e invincibile che Gavrilo va a sfidare.

“Quando si viaggia soli, come succede troppo spesso, bisogna pagare di tasca propria, ma qualche volta la vita è buona e permette di andare in giro e di vedere il mondo, anche soltanto a tratti e per poco, con quei quattro o cinque amici che testimonieranno per noi il giorno del Giudizio, parlando a nostro nome” (Claudio Magris). Così Gavrilo Princip non viaggia da solo ma insieme a due amici, due congiurati. Sono una trojka, una cellula di tre individui che si sono giurati fedeltà e hanno un obiettivo, un compito da svolgere insieme. Sono tutti esuli bosniaci che da alcuni mesi vivono a Belgrado. Trifko Grabež è figlio di un pope di Pale, località di montagna non lontano da Sarajevo, assurta agli onori delle cronache per essere stata la capitale della Repubblica serba di Bosnia durante l’ultima guerra. Nedeljko Čabrinović fa il tipografo ma ha esercitato diversi mestieri, e ha viaggiato più degli altri, lavorando per un certo tempo anche a Trieste. Si sono addestrati al tiro con le pistole, negli ultimi giorni al parco di Topčider, oggi una collina residenziale, all’epoca quasi campagna. Stanno cercando di capire anche il complicato metodo di innesco delle bombe: vanno sbattute contro una superficie solida e poi bisogna attendere qualche secondo prima di lanciarle. Ora sono finalmente pronti. È finita l’epoca dei caffè fumosi dove fare progetti per il futuro, del mercato affollato di contadini a Zeleni Venac, delle stanze piccole umide e polverose a Dorćol.

È tempo di partire. Quel mattino Trifko, Nedeljko e Gavro si incamminano verso il porticciolo sulla Sava. Le mani in tasca, una sacca per bagaglio. Dentro, un pezzo di formaggio, pane duro, un po’ di soldi avuti da Apis – l’onnipotente capo dei servizi segreti militari – le armi, il cianuro. Belgrado è stata casa e madre, heimat, per Gavrilo ma il suo destino si deve compiere lontano da qui, nella terra dov’è nato, la Bosnia. Come Torino un secolo prima, Belgrado funge da centro di attrazione per tutti gli attivisti politici dell’area che sognano uno stato per tutti i popoli jugoslavi. La Serbia è il nuovo Piemonte; “Pijemont” è la testata della principale associazione irredentista serba, di cui Princip in qualche modo fa parte. Si chiama Unione o morte, è stata fondata nel 1911 dallo stesso Apis e gran parte dei suoi aderenti sono ufficiali dell’esercito o della gendarmeria. Passerà alla storia come Mano nera, anche qui in riferimento alla carboneria risorgimentale italiana. Il gruppo dei congiurati fa parte della Mlada Bosna, la Giovane Bosnia, che ancora una volta si richiama all’esperienza rivoluzionaria italiana.

C’è anche un’altra similitudine col caso italiano, nell’atteggiamento timido e ambiguo della monarchia. I Karadjordjević come i Savoia sessant’anni prima, sono soprattutto preoccupati di non turbare troppo gli equilibri internazionali, e perseguono obiettivi limitati di espansione. Attorno a loro però, quasi involontariamente, si addensa l’entusiasmo popolare e l’attività febbrile di gruppi elitari ma influenti di patrioti. I loro obiettivi rimangono ambigui, il livello di autonomia dai poteri forti opinabile, concreta la possibilità di strumentalizzazione da parte della corona, dei servizi segreti, dell’esercito.

I diversi centri di potere si coagulano in occasioni specifiche, come nel caso delle guerre balcaniche, durante le quali la mobilitazione è stata generale, come la compattezza delle diverse autorità civili e militari. Tra il 1912 e il 1913 la Serbia ha raggiunto un successo strepitoso, assolutamente al di sopra delle aspettative. Nel primo conflitto la coalizione balcanica (Serbia, Montenegro, Bulgaria e Grecia) ha disfatto i restanti possedimenti ottomani in Europa; le truppe bulgare, nettamente le più agguerrite e ben addestrate, sono arrivate a pochi chilometri da Istambul e solo la diplomazia internazionale le ha fermate. La Serbia però non rispetta i patti sottoscritti solo qualche settimana prima: oltre a spartirsi Kosovo e Albania con il Montenegro, ha conquistato quasi tutta la Macedonia, e non intende cederne una parte ai bulgari come stabilito. Scoppia la seconda guerra balcanica e stavolta i bulgari, attaccati anche dalla Romania, devono cedere. La Serbia ingloba adesso l’intera Macedonia, anche se deve cedere alle insistenze asburgiche e consentire la costituzione di uno stato indipendente albanese. In meno di un anno la Serbia ha raddoppiato il territorio, aumentando del 64% il numero di abitanti.

Sull’onda dell’entusiasmo i patrioti fremono: è il momento della rivoluzione nazionale, basterà ancora un piccolo sforzo per far crollare anche l’altro impero oppressore, quello austro-ungarico, e realizzare l’unità jugoslava, da Trieste a Skoplje. Ma il governo e la corona frenano; il paese è allo stremo, forse non è il momento di agire. Apis però ha già dato avvio all’iniziativa, e i tre ragazzi bosniaci attraversano il paese e penetrano in Bosnia utilizzando i suoi canali (kanal), attraverso gendarmi e guardie di frontiera aderenti alla Mano nera.

Eccoli dunque che si imbarcano, i tre compagni, dopo mesi di preparativi, per compiere l’impresa. Hanno in tasca una serie di nomi e indirizzi utili per passare il confine. “Il sole sorge sul fiume, trasforma le onde e la nebbia in un riverbero abbagliante” (Magris 1986). I tre amici salgono sul battello a vapore che li porterà, lungo la Sava, 40 chilometri più ad ovest, a Šabac. È il 28 maggio 1914, manca un mese all’appuntamento con la Storia.

 

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