Gavrilo Princip, giovane bosniaco a Belgrado_di Simone Malavolti

GAVRILO PRINCIP, giovane bosniaco a Belgrado

di Simone Malavolti

Belgrado è viva e vivace come sempre. Mi reco in cima al Kalemegdan, la fortezza posta alla confluenza della Sava e del Danubio. Da qui lo sguardo si perde verso la Slavonia, e soltanto uno sforzo di immaginazione mi ricorda che proprio alla vigilia della Prima guerra mondiale, nel 1914 , sull’altra sponda vi era già l’Austria-Ungheria. Provo ad immaginare cosa può aver pensato Gavrilo Princip una volta giunto in questa città osservando dalle sue alture l’odiato austriaco preparandosi a compiere il gesto che avrebbe cambiato il ‘900. Resta difficile immaginare come doveva essere questa città che nel corso del ‘900 è stata bombardata tre volte e quindi quasi completamente ricostruita. E risulta difficile anche immaginare un giovane bosniaco proveniente da un piccolo paese della Bosnia Erzegovina in una Belgrado, già allora e a suo modo, cosmopolita che si voleva in tutto e per tutto europea.

Gavrilo Princip era originario di Gornji Obljaj, piccolo paese situato in una zona poco abitata della Bosnia Erzegovina occidentale, oggi al confine con la Croazia, ma per secoli punto di incontro di tre confini tra Impero Ottomano, Impero Asburgico e Repubblica di Venezia. I membri della famiglia dei Princip, nonostante non fossero di religione musulmana, avevano svolto un ruolo importante di difesa del confine, arruolondosi come “matrolozi”, le guardie di frontiera specializzate nella difesa del confine militare, la “kapitanija”. E lo stesso cognome Princip non è, come è facilmente intuibile, linguisticamente di origine slava, sembra anzi volerci ricordare la sua origine “di confine”: si tratta infatti di un nomignolo dato ad un suo antenato stimato come guerriero e per questo ribattezzato dai bey musulmani, come “Princip” per la sua enorme statura, ma fa riferimento al termine italiano “principe” usato dai veneziani oltre le alpi dinariche, sulla costa. Insomma, un cognome che racchiude in sé in qualche modo la condizione confinaria e per secoli precaria di queste regioni.

Gavrilo giunge a Belgrado poco più ragazzo, nel maggio del 1912, da un territorio, la Bosnia Erzegovina, occupata dall’odiato Impero Austroungarico fin dal 1878. Si iscrive alle scuole superiori, nonostante gli scarsi e deludenti risultati scolastici che avevano segnato la sua carriera, ma conserva e matura una grande voglia di ribalta. Sarà la Prima guerra balcanica contro un altro impero, quello Ottomano, ad offrirgli finalmente una possibilità di riscatto. Si offre volontario e viene mandato in un centro di addestramento nel sud della Serbia dove – come ci racconta Rebecca West nel suo celebre racconto di viaggio in Jugoslavia Black Lamb and Grey Falcon del 1941 – “avrebbe certamente dimostrato di saper essere un soldato eccellente se l’unica dote richiesta fosse stata quella del coraggio”. Naturalmente il coraggio non è un elemento importante per un esercito, ma potebbe rivelarsi invece importante per altri progetti. A causa del suo fisico deperito, però, viene presto congedato. Torna quindi a Belgrado con un profondo senso di umiliazione e voglia di riscatto. A questo segue l’ennesima sensazione di umiliazione data da una difficile integrazione in un contesto dove viene trattato, dagli stessi suoi compagni di studi, da provinciale e ingenuo sempliciotto. È questa la lettura che ha voluto farne lo storico e uno dei biografi di Gavrilo Princip, Guido Van Hengel. Un disprezzo manifestato nel più classico dei modi che vede il cittadino sorridere superbamente della semplicità campagnola della matricola. Insomma una storia quasi universale nella sua dinamica sociale, che bene o male potrebbe vivere anche un giovane studente che si stabilisce in una grande città da un piccolo paese di provincia. Un’immagine di Princip, però, che cozza non soltanto con la gretta inconografia di oggi che lo vuole come un eroe al pari del Principe Lazar della battaglia di Kosovo polje, ma anche con un’iconografia cinematografica jugoslava che lo rappresentava come un giovane intellettuale capace di imporsi sui propri compagni e persino di fronte al capo della polizia con la sola potenza della retorica dei grandi idealisti, come si può vedere nel film Sarajevski atentat del 1968.

Un giovane emigrato sradicato con una grande voglia di riscatto alla ricerca del senso della vita e che trova nel movimento jugoslavista il giusto mezzo per riscattare se stesso e il proprio popolo. Dubito abbia trovato un vero riscatto sociale chiuso nella sua cella di Terezin, nell’attuale Repubblica Ceca dove passò gli ultimi anni della sua vita e trovò la morte nel 1918, ma sembra che abbia voluto confermare di aver trovato un senso per la propria esistenza scrivendo sul muro della cella la celebre frase: “Le nostre ombre cammineranno per Vienna, si perderanno tra le corti, spaventeranno i signori”.

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Belgrado, inizio secolo. Foto esposta in una vetrina.

 

 

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