La balcanizzazione dei Balcani. di Eric Gobetti

“Nessuno mi toglierà la certezza che l’Europa era più Europa un secolo fa, quando mia nonna andava in treno in giornata da Trieste alla Transilvania”, scrive Paolo Rumiz. Così anche la Serbia era più Europa, cent’anni fa. Sia negli stili di vita che nell’autopercezione, la distanza col resto del mondo era minima, all’epoca. Oggi, dopo embarghi, guerre, la criminalizzazione di un intero popolo, in Serbia si vive davvero come in un mondo a parte. Non solo la qualità della vita, la quotidianità, prezzi e stipendi sono del tutto differenti da quelli del resto d’Europa; domina soprattutto la percezione di straniamento, di esclusione, di marginalizzazione. In cento anni si è verificata una sorta di balcanizzazione dei Balcani, non solo della Serbia. Nel 1914 la Bulgaria, governata da un principe tedesco, era una promettente potenza militare; La Romania era in espansione e fra le due guerre Bucarest sarebbe diventata una rinomata località mondana, una sorta di Parigi minore, animata da una Belle Epoque ritardataria.

Belgrado vive il suo momento di splendore proprio in quegli anni, di poco successivi al raggiungimento della piena indipendenza. È una città in fermento, cresciuta in maniera esponenziale, sia dal punto di vista demografico che da quello urbanistico; da quarant’anni è un unico cantiere: “Siamo una nazione che ha rotto totalmente con le vecchie e oscure usanze e pregiudizi asiatici e, ora, ci si attaglia tutto ciò che è progressivo, bello e buono”, scrive a fine Ottocento la mente urbanistica della città, l’architetto Emilijan Josimović.

Nel 1914 Gavrilo e i suoi amici viaggiano non su una chiatta a remi ma su un vero battello a vapore, come ce n’è su tutti i fiumi navigabili d’Europa, dal Reno al Don. Il giorno dopo proseguono in treno per Loznica; la ferrovia è stata terminata da poco, non ha nulla da invidiare a quelle austriache. Šabac è una cittadina di tutto rispetto, coi suoi 14.000 abitanti e le centinaia di caffè: in Serbia, all’epoca, detiene il record di kafane rispetto al numero di abitanti! La sua epoca d’oro, come città di frontiera e centro di scambi commerciali, dura poco. A pochi chilometri si combatte, nell’agosto del 1914, una battaglia campale che vede trionfare i serbi contro le armate austriache. È la prima vittoria degli Alleati durante la prima guerra mondiale ma non servirà ad impedire lo sfacelo dell’esercito serbo, pochi mesi dopo. Occupata e devastata, la cittadina perde metà dei suoi abitanti. Non si riprenderà più, rimarrà una piccola località di provincia della Jugoslavia unificata, e così è anche oggi, che ha raggiunto i 50.000 abitanti.

Il 28 maggio 1914 Princip incontra il suo contatto, un capitano delle guardie di frontiera, al caffè Amerika, poi i tre ragazzi trovano da dormire all’hotel Evropa. Non si sentono fuori dal mondo a quel tempo a Šabac, questo è sicuro! A differenza di oggi, all’epoca non era necessario il passaporto per uscire dalla Serbia, anche entrando in un paese quasi nemico com’era l’Impero Austro-Ungarico. Nei giorni successivi Čabrinović passerà il confine addirittura con la tessera scolastica di Trifko Grabež! C’erano ben pochi controlli e la sensazione era quella di vivere in un’unica comunità, una Mitteleuropa allargata che andava dalla Svizzera al Mar Nero, da Cattaro a Berlino.

Così la racconta uno dei migliori scrittori serbi contemporanei, Dušan Veličković: “In quella parte d’Europa il commercio era fiorente, tutto si poteva comperare e tutto si poteva vendere. Sul mercato antiquario non c’era praticamente alcuna limitazione. L’offerta era enorme, i prezzi relativamente bassi, e i collezionisti erano continuamente esposti a emozioni sempre nuove, dagli scavi di Troia alla scoperta della tomba di Tutankhamon. In quell’atmosfera appariva molto realistica una proposta di Friedrich Naumann, che l’insieme di nazionalità dell’Europa centrale venisse sostituito dal termine comune di ‘popolo economico’. ‘Lo spirito della produzione di massa e dell’organizzazione sovranazionale ha conquistato anche la politica’ scriveva Naumann. ‘Gli uomini pensano in continenti’. Al popolo economico dell’Europa centrale appartenevano anche molti giovani che dalla Serbia andavano a frequentare le Università di Pest, Graz, Vienna o Cracovia. Fra loro c’era anche D. Tomić, figlio di un ricco mercante di maiali di Šabac”.

 

Immagine

l’hotel Evropa a Sabac cento anni fa

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