Balcani. Terra di confine o terra di confini? di Simone Malavolti

 

I Balcani, si dice, sono da sempre una terra di confine tra occidente e oriente; fin dai tempi della prima divisione dell’Impero romano, avvenuta nel 395 alla morte dell’Imperatore Teodosio, il limes passava proprio vicino a Singidunum (la Belgrado di oggi). Allo stesso tempo al termine Balcani si è, però, soliti associare l’idea di divisione e parcellizzazione dei territori (da qui il termine “balcanizzazione” entrato ormai nell’uso comune in qualsiasi ambito), fatto che di per sé rimanda quindi ad una terra di confini, piuttosto che di confine. I confini d’altronde sono uno dei tanti sistemi per mettere ordine nella nostra mente e sono fondamentali per viaggiare e conoscere questi territori e quindi il mondo circostante. Parto dunque con tutta la preparazione geografica e topografica necessaria formata in anni di studi.

Per arrivare a Belgrado dall’Italia abbiamo percorso oltre 1300 km attraversando quattro confini statali e alcuni confini amministrativi interni alla Bosnia, ogni volta ben segnalati da un paesaggio tutto umano costellato di bandiere e marchi fortemente caratterizzati per la loro appartenenza nazionale: bandiere, scritte nei diversi alfabeti (cirillico e latino), edifici religiosi, ecc. Nella città di Belgrado la Sava e il Danubio confluiscono e per secoli hanno segnato il confine tra l’Oriente (l’Impero Ottomano) e l’Occidente (l’impero Asburgico, baluardo della cristianità, appunto). Rimane, però, qualcosa che ci sfugge e che ci lascia perplessi. Questo dubbio ci rimane e si accresce quando arriviamo a Šabac, dove i nostri accompagnatori virtuali, Gavrilo Princip, Nedeljko Čabrinović e Trifko Grabez giunsero il 28 maggio 1914 navigando proprio sulla Sava, il fiume che segnava allora il confine con l’Impero Austro-Ungarico. Come è possibile che tre cospiratori armati di pistole e bombe a mano scegliessero di viaggiare proprio sul confine? Ai nostri occhi sembra un paradosso e un rischio inutile. In questa cittadina decido di fare una passeggiata lungo il fiume, non tanto per vedere dove sbarcarono i tre della Giovane Bosnia, quanto piuttosto per capire qualcosa di più di questa faccenda. Incontriamo un gruppo di ragazzini con il loro allenatore di kajak con cui ci mettiamo a parlare di quel luogo. Lui naturalmente ama il fiume della sua città….addirittura dice che ogni città dovrebbe avere un fiume. Lo dice con naturalezza e lo dice nonostante le tremende alluvioni che lo scorso maggio hanno devastato questa zona.

Sai che questo fiume – dico – ha tracciato per secoli un confine netto tra diversi stati?

Sì, certo – risponde lui – d’altronde i fiumi hanno sempre segnato i confini tra gli Stati.

È un’affermazione che mi suona strana. Sono abituato fin da bambino a pensare ai fiumi come elemento ambientale intorno a cui si costruiscono le città e le civiltà e non come limite divisorio: a partire dalla Mesopotamia tra il Tigri e l’Eufrate, passando da Roma alle grandi città dell’Occidente come Parigi o Londra, fino alla mia città, Firenze in cui il fiume, sebbene non particolarmente amato dai suoi cittadini, è parte integrante del tessuto cittadino fin dalla sua fondazione.

Cos’è dunque questa storia che i fiumi dividono invece di unire? Nei Balcani effettivamente tutti i confini sono segnati da fiumi: la Sava segna per secoli la divisione tra Impero Asburgico e Impero Ottomano prima, e tra Croazia e Bosnia-Erzegovina oggi; la famosa e celebrata Drina tra Serbia e Austria-Ungheria prima del 1914 e Bosnia-Erzegovina oggi, il Tara tra Montenegro e Bosnia-Erzegovina ecc. Perché in questi territori al fiume viene dato questo compito ingrato di rappresentare una linea di divisione invece che un elemento di aggregazione e unione? La questione è apparentemente molto semplice e la causa è rintracciabile proprio nel fatto che questo territorio si è trovato per secoli a cavallo tra due grandi imperi e civilizzazioni e che, nel tentativo di spingersi sempre più avanti, trovano nel fiume una facile delimitazione. La questione però risulta più complessa perché queste confini in realtà non erano barriere presidiate da rigide forme di controllo statale, come siamo abituati oggi, ma come fasce di territorio più ampio, potremmo dire come zona cuscinetto. Si tratta dei celebri confini militari dove la figura del contadino-soldato rappresenta il difensore dei confini statali ma che nella realtà diventa soprattutto una persona abbandonata a se stessa che deve pensare alla difesa più che dello Stato, della sua famiglia e dei suoi terreni. Se nei periodi di guerra dunque questi confini diventano un vero fronte, nei periodi di pace tornano a giocare il loro ruolo tradizionale di elemento di unificazione, facilitato dal fatto che da entrambe le sponde si coltiva la stessa lingua e cultura di fondo. Confini mobili e permeabili, almeno nei lunghi decenni di pace, di cui però si sarebbe persa la memoria e l’abitudine per l’intero novecento, a partire soprattutto da quel 1914 che inaugurò soltanto l’apogeo dei nazionalismi.

La creazione dei confini geometrici, come spiega il geografo Franco Farinelli dell’Università di Bologna, ovvero di confini come li intendiamo oggi, rigidi e presidiati non risale che ai tempi più recenti.

Come mi ricorda lo storico Milovan Pisarri, fino al 1906, anno del primo conflitto con l’Austria (la cosiddetta Guerra dei porci), Belgrado e la Serbia intrattengono rapporti molto stretti con l’altra sponda da cui rimangono influenzati anche culturalmente, come si può vedere dall’architettura mitteleuropea della città. Šabac che fino al 1914 si trova sulla sponda della Sava, e quindi al confine con l’Austria, era un centro commerciale molto sviluppato all’inizio del secolo, come mi spiega la storica Svetlanka Milutinović del Museo cittadino. Anche in questo caso il fiume gioca a favore dell’integrazione tra le due sponde, direi di più è occasione di “fortuna” legata agli scambi commerciali. Il fatto che si trattasse di un confine, non doveva sembrare in fondo così rilevante rispetto alle sue enormi potenzialità di sviluppo commerciale ed economico. Non a caso la città non conserva quasi alcuna memoria del passaggio dei giovani attentatori. Sarà invece la prima città della Serbia ad essere bombardata e invasa dalle truppe austriache. Avrà ingenti perdite umane durante la guerra e perderà, dopo la guerra, tutta la sua attrattiva per il commercio diventando un piccolo centro secondario della nuova Jugoslavia monarchica.

Il rapporto che queste terre coltivano con i propri confini sembra però offrirci un messaggio universale e ricordarci quanto i confini rappresentino proiezioni del nostro bisogno di ordine segnato lungo linee presunte di omogeneità culturale.

 

 

 

 

 

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