Papi e Sofi. di Eric Gobetti

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Il 25 giugno, tre giorni prima di morire, Franz invia un telegramma da Metković: è l’ultima lettera ai figli: “Fa molto caldo. Adesso si va a Mostar. Verso le 3 rivedo la mammina. Che Dio vi benedica. Siate bravi e studiate. Vi abbraccia il vostro Papi”.

È davvero questo l’erede al trono del più potente impero terrestre d’Europa, il severo e scontroso simbolo di un’epoca al tramonto? A leggere le testimonianze paiono quasi due persone diverse, il marito e l’erede, il grigio arciduca e l’amante coraggioso, il severo asburgo e l’affettuoso padre di famiglia: “Un carattere impetuoso e testardo, sgradevolmente aggressivo e fanaticamente autoritario, ma dedito – con infaticabile energia – a una missione sovrapersonale e capace di intensi affetti”, lo definisce Claudio Magris.

Costretto a un ruolo ereditato per una serie fortuita di circostanze, Franz Ferdinand lo ricopre con serietà e impegno ma evidentemente di malavoglia. Ha ricevuto una educazione severa e aristocratica e si è dedicato alla carriera militare. Non si è mai impegnato particolarmente nello studio e, nonostante i numerosi viaggi, parla solo un po’ di francese, qualche parola di ungherese. D’altronde alla sua nascita, nel 1863, sembrava altamente improbabile che diventasse imperatore, e quel ruolo gli stava evidentemente stretto. Aveva “l’espressione severa e malinconica che hanno tutti i ritratti degli Absburgo, e quello stesso fascino un po’ spento, un po’ malato, che li accomunava da secoli, facendoli apparire così uguali che solo l’uniforme li distingueva”, scrive Gilberto Forti. Sempre elegante e corretto, rigidissimo nell’abito oltre che nel linguaggio, l’arciduca Francesco Ferdinando non aveva l’elasticità e la prontezza, il garbo e le capacità diplomatiche dello zio Francesco Giuseppe; e non aveva nessun carisma.

“A Francesco Ferdinando mancava proprio quello che in Austria è essenziale per una vera popolarità: gentilezza personale, fascino umano e giovialità di modi. Lo avevo spesso osservato a teatro. Se ne stava nel suo palco, grande e grosso, collo sguardo gelido e fisso, senza rivolgere una sola occhiata cortese al pubblico, né incoraggiare gli artisti con la cordialità di un applauso. Non lo si vide mai sorridere, nessun ritratto lo mostrò in posa non rigida. Non comprendeva la musica, non amava gli scherzi e sua moglie sembrava altrettanto impettita. La coppia era circondata da un’aria di gelo”, scrive un testimone dell’epoca… forse il più grande testimone di quell’epoca: Stephen Zweig, morto suicida in esilio nel 1942.

Una sola passione sembrava animare l’erede al trono d’Austria, una passione smodata, quasi patologica: la caccia. Non che fosse strano all’epoca; tutti gli aristocratici cacciavano e molti borghesi li imitavano se non altro per vezzo. Ma per Franz era una sorta di mania, di droga. Cacciava ogni volta che poteva, con grandi battute che duravano giornate intere. Aveva cacciato elefanti e tigri in India, bufali in America, cervi in ogni angolo dell’Impero. Adorava la caccia ferroviaria, sport disgustoso visto con gli occhi di oggi, dove le vittime si lasciano agonizzare senza nemmeno recuperarne la carne. In epoca pre-videogiochi, Franz Ferdinand appare come un adolescente cresciuto e viziato che ama sfogare le sue ansie represse sparando a più non posso alle bestie. È stato calcolato che ne abbia uccise 500.000, mezzo milione, nella sua onorata carriera. Lepri e antilopi, fagiani e leoni, elefanti e tordi. Quantità più che qualità. Una sorta di ansia da prestazione, di corsa al record. Scive Claudio Magris: “Troneggianti su una massa di caprioli accatastati, l’arciduca e gli altri cacciatori diventano, in una fotografia, panciuti e rozzi addetti di un mattatoio”.

Impacciato nei panni dell’erede al trono, ansioso adolescente nelle riserve di caccia, Franz pare realizzarsi in tutta la sua umanità solamente nella vita famigliare, nell’amore della moglie e nell’affetto dei figli. Di cinque anni più giovane, Sofia è considerata una bellezza. Gli occhi lucenti, il bel viso espressivo, l’atteggiamento maestoso, la contessa Žofie o Sophie Choteck era soprattutto una donna colta, intelligente, volitiva. Aveva un solo difetto: non poteva sposarlo. Figlia di un ambasciatore a Bruxelles, dama di compagnia di una cugina di Francesco Ferdinando, Sofia proveniva da una nobile famiglia boema germanizzata da più generazioni, e parlava esclusivamente tedesco. Tuttavia non era di un lignaggio sufficientemente alto per sposare un Asburgo. I due stabiliscono dunque una relazione semiclandestina che dura dieci anni, tra divieti imperiali e malattie improvvise, fughe e incontri segreti. Una storia d’amore senza tempo ma anche figlia dell’epoca del romanticismo per antonomasia, quando l’amore trionfava anche sulla morte.

28 giugno è la data del trionfo. Non è vero, come riportano alcuni volumi, che quel giorno del 1914 fosse l’anniversario delle nozze. Era in verità la ricorrenza di un evento ancora più significativo, per la coppia. Il 28 giugno 1900 l’arciduca Francesco Ferdinando sottoscrive con gli Asburgo un contratto di rinuncia al titolo di imperatrice per la moglie e alla pretesa di ascesa al trono per gli eventuali figli. L’intera famiglia imperiale è presente alla firma. Nessuno partecipa invece al matrimonio “morganatico”, come si diceva allora, celebrato tre giorni dopo in forma semiprivata. Franz è stato costretto a sacrificare la carriera, il suo ruolo, il futuro dei suoi figli, per amore della sua prediletta. I quattordici anni successivi sono una sequela di umiliazioni per Sofia, alla quale viene negata ogni occasione di mostrarsi in pubblico col marito, se non in occasioni strettamente private. Solo nel 1909 le viene attribuito il titolo di duchessa di Hohenberg, mai potrà fregiarsi di quello di Arciduchessa. E tuttavia il marito non mostrerà mai pentimento per la sua scelta, l’amore e il rispetto per la moglie non mancheranno mai. “È la cosa migliore che abbia fatto nella vita”, ripeterà spesso parlando del suo matrimonio.

Nel 1914 Sofia aveva ormai 46 anni, Franz 50. Erano diventati rotondetti e tuttavia non sembravano aver perso la voglia di stringersi, di volersi bene. La coppia ha una residenza ufficiale a Vienna, il palazzo del Belvedere, ma vive prevalentemente nel castello di Arstetten, a ovest di Vienna, non lontano dal Danubio, e qui crescono i figli: Sofia, tredici anni nel 1914, Max dodici, e Ernst, dieci. Nel 1938 i due maschi finiranno a Dachau, deportati per la loro contrarietà all’annessione nazista. Ancora oggi i discendenti vivono nel castello di Artstetten.

 

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