L’INIZIO DELLA FINE di Eric Gobetti

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La pianura padana sembra infinita, coi suoi paesaggi piatti, i casolari abbandonati ai bordi dell’autostrada, le luci lontane che si accendono, il cielo che scurisce. Ancora una volta la percorro per un buon tratto, per raggiungere l’Istituto Cervi. “Oggi è domenica, domani si muore”, cantano i CSI, figli stravaganti di questa terra troppo grassa. Oggi è domenica, domani comincia l’ultima sessione di montaggio. Sarajevo rewind riparte dall’inizio, come ogni volta. Un anno è passato; un anno fa, su questo stesso camper, in questa stessa pianura ipermercata, andavo verso Sarajevo per le riprese del film. Il film che adesso sta per finire. Partire finire morire. Ho il cuore gonfio e vorrei vivere il nostro film come un bruco che diventa farfalla, il figlio adolescente che va per la sua strada. Dobbiamo lasciarlo andare, prendere decisioni definitive, “chiuderlo” come si dice in questo gergo cinematografico che stiamo imparando ad usare.
Ma intanto mi perdo, come consuetudine. Si fa notte e non ho ancora mangiato. Domattina si comincia, si comincia a finire. Troverò Simone/Gavrilo e gli amici del Cervi. Ma stasera devo ancora trovare un posto. Uscito da Parma svolto a sinistra, nella campagna buia. Incredibile come fuori dalla via Emilia sia ancora Novecento. Il secolo, il film. Vista dal satellite me la immagino una lunga striscia luminosa, punteggiata da esplosioni di luci (Parma Reggio Modena Bologna), e attorno il buio. Così è da qui, comunque. Strade sempre più strette, fra campi di granturco e fossi. Troppo strette per un camper.
Poi mi appare come un faro nella notte il Conad di Taneto! Mi piace perdermi, per ritrovarmi. Il Conad di Taneto è un punto fermo in queste campagne; ci abbiamo già dormito una notte. Davanti, naturalmente, non dentro! Punto direttamente lì, quasi senza più guardare la strada. Campegine Gattatico Taneto. Agglomerati di case nel nulla, in the middle of nowhere, come dicono gli anglosassoni. Ma a Taneto stasera c’è festa. Parcheggio veloce il camper, seguo i rumori, risalgo la corrente dei paesani che se ne vanno. Sono le 23, un po’ tardi per mangiare a una sagra di paese. I ragazzi della cucina stanno per mettersi a tavola, ma cucinano al volo qualcosa anche per me. “Vengo da Torino”, dico, come se dicessi “Vengo da Hong Kong!”. Ma lo stratagemma funziona, dopo un po’ mi avvicinano, mi offrono il dolce, un altro bicchiere, mi chiedono che ci faccio lì, da Torino, addirittura, molto oltre la via Emilia! Racconto di Sarajevo rewind, della storia che vuole essere raccontata anche a loro, che mi ascoltano con gli occhi spalancati. “Noi qui abbiamo operai, impiegati, commercianti, di tutto…”, mi dice un ragazzo, “ma storici no, mai visti!”.
Vado via con un cerchio alla testa, da Lambrusco vivace. Vado via a malincuore, vorrei passare la notte con loro, a farmi raccontare le loro vite da operai e impiegati, in queste “zone artigianali” che sono grandi il doppio degli stessi paesi. In maniera perfettamente razionale: c’è chi passa più tempo nel capannone industriale che a casa.
Ma devo andare, domani si comincia a finire. Ancora una volta rewind.

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