In viaggio. di Eric Gobetti

“Inutile prepararsi, tanto poi il viaggio farà del suo meglio per far saltare i nostri schemi. E tutto pare una metafora della vita, una preparazione al grande trasloco. Talvolta penso che chi ha passato molte frontiere è anche più preparato a morire. Non teme l’incognita come un sedentario” (Paolo Rumiz)

 

Più si avvicina la data fatidica della partenza, più mi sembra che questo progetto sia una follia. Una di quelle idee che ti vengono a tarda notte, poi ti svegli la mattina e capisci subito che non è realizzabile davvero. Devono averla vissuta così anche Gavrilo e i suoi amici, più o meno cento anni fa, mentre si preparavano a partire per Sarajevo. Argento vivo addosso, tensione, paura, esaltazione. E un ricordo sbiadito di quella sera davanti a un boccale pieno: “Ehi Gavro, che ne dici di andar lì e far fuori l’erede al trono degli Asburgo?”, “beh, perchè no, sarebbe un bel colpo, non credi Ned?”, e giù un altro sorso.

Eppure li sento distanti, quegli uomini, ben più del secolo che ci separa. È vero, erano precari, insoddisfatti, intellettualmente vitali. Tuttavia la loro abnegazione, la loro forza di volontà, i loro ideali, sono lontani millenni dall’apatia che oggi ci stringe tutti come un cappio. E se l’abitudine agli agi borghesi e la vita familiare mi fanno sentire vicino al loro obiettivo, Francesco Ferdinando, d’altra parte come posso immedesimarmi in un promesso imperatore che solo la smania di potere teneva in vita?

Sì, il mondo è cambiato, in questi cento anni, più di quanto ci sembri ma anche molto meno. Ogni nuova lettura, ogni nuova immagine sfuocata, mi fa sentire sempre più vicino a questi viaggiatori di un secolo fa, a questi uomini che andavano, consapevolmente o meno, verso il loro martirio. E marciavano cantando, come si faceva una volta. Temendo la morte, ma sempre pronti a morire, come i viaggiatori a rifar la valigia.

Gavrilo e Franz sono dei viaggiatori. Non nell’accezione moderna e nemmeno nel senso che davano i contemporanei a questo termine. Non erano viaggiatori oziosi che vagabondavano per i paesi più esotici per il gusto dell’assurdo, del misterioso e, in fin dei conti, del derisibile. Inglesi, francesi, tedeschi che partono per l’India, la Turchia, la Serbia, o che intraprendono il viaggio in Italia come un romanzo di formazione. Visti con gli occhi di oggi i nostri due protagonisti sono viaggiatori veri, gente che si sposta per l’Europa con uno scopo, che incontra persone, fa esperienze vere, non turismo. D’altronde la parola turismo, dal francese “tour”, giro, dà il senso dell’inutilità, del girare a vuoto, come una giostra dalle emozioni sempre meno forti. O come un gatto che gioca con la propria coda, senza riconoscersi in quell’altra faccia del mondo. Il viaggio invece ti porta da qualche parte, ha uno scopo, ti fa crescere.

Franz era uomo di mondo. E anche Sofia, sua moglie, era mondana, nel senso buono, naturalmente. Anche su questo però bisogna intendersi. L’idea che abbiamo oggi di mondanità ha molto a che fare con vernissage, aperitivi e clubbing. Tutte cose che traggono origine dalle esperienze dell’alta società della Belle Epoque ma che ne mancano il senso profondo. Franz in effetti era spesso in movimento, viaggiava per doveri sociali e di governo. Nominato nel 1913 Ispettore delle forze armate, quale erede al trono era spesso tenuto a presenziare a cerimonie ufficiali in varie parti dell’Impero, non solo alle manovre militari. Aveva dunque visto ogni angolo del grande impero ma era stato anche diverse volte all’estero: in Italia, Germania, Gran Bretagna, Impero Ottomano.

Ben prima di essere nominato erede al trono, nel 1892-1893, Franz Ferdinand aveva compiuto un viaggio di un anno intorno al mondo: attraverso il canale di Suez era approdato in India, poi l’Australia, il Giappone, gli Stati Uniti d’America (coast-to-coast in treno) per poi tornare in Europa attraverso l’Atlantico. Ne aveva anche pubblicato un lungo resoconto, a quanto pare noiosetto, nel quale si dilungava sulla volgarità delle ballerine di New York e sui piaceri della caccia all’elefante in India.

Certo non viaggiava con zaino e sacco a pelo, Francesco Ferdinando d’Este, erede al trono degli Asburgo, tuttavia sapeva il gusto dell’imprevisto, delle voci straniere fuori dal finestrino; si sentiva anche lui forse talvolta, “felice solo a non capire che si dice” (Vinicio Capossela). È certo più facile immedesimarsi in Gavrilo Princip, un adolescente irrequieto, che all’epoca dell’attentato aveva già più volte attraversato il confine tra Serbia e Bosnia. In treno ma spesso a piedi, con pochi soldi, vivendo al limite, fidando sull’ospitalità di qualche sconosciuto, Gavrilo aveva visto una fetta limitata di mondo. E tuttavia rispetto agli uomini della sua epoca era un vero viaggiatore, sfuggito alla gleba, alla schiavitù della terra e del villaggio, per vedere le città, scoprire le lingue, le abitudini, i costumi, le religioni diverse di quel mondo in piccolo che era la Bosnia dell’epoca. Andava, con abiti sdruciti, una borsa con pochi risparmi ma scarpe buone, di cuoio. “Schuhe, scarpe. Un uomo con buone scarpe può rispondere a qualsiasi emergenza. Ha un’andatura migliore, diventa meno goffo, infonde più fiducia” (Paolo Rumiz).

Sempre pronti a partire, i nostri eroi si mettono in viaggio. Mettiamoci dunque in viaggio con loro. E che Iddio ci protegga, come avrà certamente detto anche Franz alla moglie Sofia, prima di partire per l’ultimo viaggio.

 

Attentato a Sarajevo. di Eric Gobetti

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“Serajevo! Ecco il nome che fece sussultare tutto il mondo nella tragica estate del 1914”, scrivevano due pubblicisti italiani in un libretto di propaganda del 1942, sostenendo che, grazie alle truppe naziste, la città “s’è liberata dal giogo dei Serbi ed è tornata nella cerchia civile d’Europa”.

“La ferita di quel 28 giugno 1914 è ancora aperta, per tutta l’Europa”, affermava Claudio Magris quarant’anni dopo, nel 1986.

“A chi ha l’orecchio buono, Sarajevo restituisce secoli di suoni: il colpo di Gavrilo Princip contro l’arciduca Francesco Ferdinando, il tapum del cecchino, il rimbombo dei mortai, i cingoli della Wehrmacht, il crepitare del rogo dei libri dentro la biblioteca nazionale”, scrive Paolo Rumiz nella sua cotogna di Istanbul, nel 2010: “Da nessuna parte puoi capire meglio il destino d’Europa”.

Passano i decenni ma Sarajevo resta un simbolo e il suo attentato un momento di passaggio epocale, vera curva a gomito della storia. Non è un caso se l’attentato di Sarajevo viene ricordato per il luogo e non per le vittime. Non si parla dell’attentato di Dallas per JFK e nessuno ricorda dov’è caduto Umberto I, sebbene molti celebrino l’assassino, Gaetano Bresci, come un eroe. Anche in questo caso per molti Gavrilo Princip è un’eroe. È su di lui, sulla sua figura di adolescente inquieto, che si è costruito l’immaginario di questo evento. Così per molti anni Franz Ferdinand è stato visto non come un essere umano, vittima di un omicidio, ma come un simbolo, l’incarnazione di un impero in decadenza, un uomo già morto, come il suo ridicolo impero. L’altro invece, Princip, era l’eroe romantico, in lotta contro l’oppressione, pronto a mettere in gioco la sua stessa vita per la libertà del popolo. I tre film realizzati in Jugoslavia tra il 1968 e il 1990 offrono tutti questa visione, in maniera più o meno sofisticata.

Oggi l’interpretazione è cambiata, quasi capovolta. La storia è sempre contemporanea e così le celebrazioni di questo centenario parlano dell’oggi e non di un secolo fa. E oggi due immaginari dominano lo spazio pubblico. Da una parte c’è lo stereotipo globale del terrorista fanatico, a cui Princip viene fatto incongruamente assomigliare. Quel fanatismo – prettamente islamico ma non solo – che spinge un adolescente a cercare il martirio attraverso il terrorismo, col solo scopo di negare una società che vogliamo credere perfetta. Che sia l’impero multinazionale degli Asburgo nel 1914 o l’Unione Europea di oggi, la Belle Epoque o il sogno americano… perché questi giovani pazzi dovrebbero volerne la fine?

Poi c’è lo stereotipo balcanico che criminalizza il nazionalismo serbo, di cui Princip sarebbe l’incarnazione maligna e demoniaca. Un nazionalismo così estremista e megalomane da riuscire a distruggere un’epoca di pace, mitizzata come un’arcadia romantica, ignorando ipocritamente che l’Europa di allora affondava le sue radici su quella stessa ideologia nazionalista. Gli spari di Sarajevo avrebbero così innescato un circolo vizioso di guerre e devastazioni che, come un chiasmo perfetto, si sarebbe chiuso di nuovo a Sarajevo, ottantanni dopo. Eccoli ancora lì i fanatici serbi – stavolta chiusi fuori dalla città elevata a simbolo di pace e tolleranza, beatificata dalle olimpiadi del 1984 – a sparagli addosso per negare i santi ideali, che sarebbero invece prerogativa del nostro bel mondo occidentale.

Io non ci sto. Da storico non posso accontentarmi di usare stereotipi moderni come metro di giudizio per il passato. Da uomo di oggi non posso cullarmi nel sogno idilliaco di un mondo occidentale perfetto, di cui i Balcani sarebbero un’appendice da estirpare. Voglio dare un volto e un nome ai protagonisti di questa storia, ricostruirne pensieri e gesti. Per farlo viaggerò con loro, li accompagnerò per le strade che li hanno portati a Sarajevo, in faccia al loro destino. Non c’è niente come l’intimità di un viaggio, per capire una persona. E nei loro percorsi, nei tragitti che li portano in Bosnia, troverò traccia dell’epoca in cui sono vissuti, ma anche del tempo trascorso, del mondo di oggi che, per molti versi, è figlio di quegli spari.

La guerra, la Grande guerra, che segna la fine di un’epoca di pace unica nella storia d’Europa e l’inizio del secolo delle guerre, delle ideologie e delle stragi di massa, avrebbe potuto scoppiare in qualunque momento, per qualunque altra ragione. Eppure è cominciata così. Non possiamo farci nulla. Proprio nulla. È stato cento anni fa, ormai è tardi per rimediare. Questa storia però ci può insegnare qualcosa. È una favola, un romanzo, un incubo, dipende dai punti di vista. In ogni caso è una storia.

La nostra storia.

Com’è bella la città. di Eric Gobetti

“Dicemmo addio a tutta quanta un’epoca”

(Guillaume Apollinaire, 1918)

Protagoniste della nostra storia sono anche le città: Vienna, Belgrado, Sarajevo. Vienna è una città d’intellettuali, artisti, ussari, burocrati e nobildonne; non ha vocazione commerciale. Niente fabbriche, niente industrie, solo un grande e fertile sottoproletariato urbano. Belgrado è una capitale-farsa, un ponte tra il vecchio e il nuovo, tra mercato contadino e centro commerciale. Fra le tre Sarajevo è certamente la meno ricca, la più provinciale ma anche la più dinamica economicamente. Scrive La Gazzetta del popolo il 29 giugno 1914: “Il suo nome viene dal serraglio che Maometto II vi fece costruire. Anche prima dell’annessione all’Austria, Serajevo aveva coltivato con successo industrie e commerci. Sono celebri le sue fabbriche di armi bianche, così care ai turchi. La linea ferroviaria, per quanto modesta, che ora attraversa la Bosnia ha giovato molto ai traffici di Serajevo, i cui bazar sono ricchissimi di sciabole e di oggetti di cuoio, di lana e di crine”.

La grande assente in questa storia è però la grande industria, che a quell’epoca ha già cambiato il volto d’Europa e che da lì a poco deciderà i destini della guerra. Milioni di uomini trasformati in macchine, in pezzi d’ingranaggio, si faranno fare a pezzi da cannoni d’acciaio di dimensioni inimmaginabili, corazzate inaffondabili, siluri, mitragliatrici. Hanno un bel dire i futuristi, coi loro manifesti provocatori, a glorificare le macchine. Di lì a poco verranno schiacciati anche loro, stritolati come tutti, da quegli stessi aggeggi tanto idolatrati.

“Ci resta dopo il massacro la speranza di un’umanità purificata”, scrivono i dadaisti nel 1918. Sbagliano anche loro, ingenui. Nel trentennio successivo i totalitarismi daranno a quell’umanità traumatizzata un nuovo scopo, una nuova identità, un destino superiore da compiere. E una Guida. Pronta a lanciare nuovamente le masse al massacro.

E finalmente Robert Musil scriverà:

“La natura umana è altrettanto idonea all’antropofagia quanto alla critica della ragion pura”.

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(20 aprile 1941. Adolf Hitler osserva compiaciuto il dono per il suo compleanno: la placca commemorativa dell’attentato di Sarajevo, rimossa dalle truppe naziste dopo l’occupazione della città)

 

 

50 sfumature di bianco, di Eric Gobetti

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“A Vienna andranno i nostri fantasmi, e vagando nel Palazzo faranno paura ai sovrani”

(l’ultima poesia di Gavrilo Princip, Terezin 1918)

 

Siamo abituati a pensare al progresso in maniera lineare, come un miglioramento continuo. Pensiamo però all’igiene del vestiario. L’introduzione della lavatrice domestica è stata davvero una svolta epocale, specie nella vita delle donne. Eppure non posso fare a meno di pensare a quel che probabilmente ha detto la mia bisnonna quando ne ha vista una la prima volta: “Io lavo meglio!” È vero. L’esercito di lavandaie e stiratrici di casa imperiale certamente produceva abiti così lindi e profumati che non sappiamo nemmeno immaginarceli oggi. La distanza sociale veniva rimarcata anche in queste piccole cose, dal grande effetto.

“Ci scommetterei che l’uomo che ha fatto il colpo s’era vestito bene apposta”, sostiene Il buon soldato Sćveik nel romanzo omonimo di Jaroslav Hašek, e pensa proprio a Gavrilo Princip. Certo s’era vestito al meglio, quel giorno, ma avrà avuto un unico abito, e come sempre odorava di grassi animali, sigarette e polvere. E non era uno straccione Gavrilo.

Oggi il più ricco degli umani va vestito più o meno come noi e in fondo anche il più povero ha due magliette con colori sgargianti. Un secolo fa invece Franz e Sofia si stagliavano sulla folla dei loro sudditi grigi e sdruciti come stelle nelle tenebre. Dovevano sembrare angeli, nei loro abiti immacolati, creature ultraterrene.

“Un giorno come gli altri ma forse con più rabbia in corpo”, Gavrilo “pensò che aveva il modo di riparare a qualche torto”, per dirla con Francesco Guccini. Mentre mirava al cuore di Franz e Sofia sarà stato anche accecato da tanta pulizia, da tanta rigidità inamidata. L’erede al trono degli Asburgo era tanto ossessionato dalla compostezza degli abiti che da qualche anno, essendo un po’ imbolsito, se li faceva cucire addosso. Ci volle mezz’ora perché qualcuno trovasse un paio di forbici per fare letteralmente a pezzi la divisa dell’arciduca. Nel frattempo Franz si dissanguava lentamente. I suoi abiti così lindi sono rimasti per sempre intrisi di sangue. Si possono vedere, particolare lugubre e raccapricciante, al museo di storia militare di Vienna.

Sarebbe ora di dargli una sciacquata, anche se oramai è tardi.

“Troppo tardi, tardi per l’Austria, per l’Europa e il mondo” (Gilberto Forti).

 

C’era una volta…

C’era una volta un vecchio contadino che, camminando lungo un sentiero, trovò una lampada abbandonata.
La lucidò, la pulì con tanta attenzione ai particolari da riportarla all’antico splendore.
Fu allora che uno spirito poté finalmente tornare libero.
Riconoscente, invitò il vecchio stupefatto ad esprimere tre desideri, assicurandolo che li avrebbe esauditi.
Il contadino, dopo aver riflettuto, chiese di tornare giovane, di diventare ricco e di avere una bella sposa.
Detto fatto, egli si trovò ringiovanito, in una splendida reggia, disteso su un letto con baldacchino, a riposare.
Una splendida donna, sua moglie, si avvicinò a lui, lo scosse con dolcezza e gli disse:
– Sveglia, è tardi. La carrozza ci aspetta, Ferdinando, dobbiamo partire per Sarajevo

WHAT A WONDERFUL WORLD, di Eric Gobetti

Sarajevo14

leopold lojka

(Leopold Lojka, l’autista di Franz Ferdinand)

28 giugno 1914. Franz e consorte osservano il fiume quasi in secca scorrere affianco a loro. Le due auto che precedono, cariche di poliziotti e uomini della scorta, svoltano a destra, verso il centro. L’autista ceco, Leopold Lojka, esita. Seduto accanto, il generale Oskar Potiorek esclama: “Ma che fanno, razza di idioti!?”, e poi, rivolto all’autista: “Dritto, dritto!”. L’auto prosegue sul lungofiume. Sofia getta uno sguardo nella via, verso la città vecchia. Scorge un ometto basso, coi baffi sottili, che la osserva con occhi inquieti. Per un attimo i loro sguardi si incrociano. Poi Sofia si volta verso Franz, che fissa la collina davanti a loro. Una ventata di aria calda, soffocante. Mentre procedono verso la periferia della città, la duchessa Sofia di Hohenberg appoggia il capo sulla spalla del marito, l’arciduca Francesco Ferdinando, erede al trono d’Austria. E sussurra: “Siamo vivi”. Poi tornano…

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WHAT A WONDERFUL WORLD, di Eric Gobetti

leopold lojka

(Leopold Lojka, l’autista di Franz Ferdinand)

28 giugno 1914. Franz e consorte osservano il fiume quasi in secca scorrere affianco a loro. Le due auto che precedono, cariche di poliziotti e uomini della scorta, svoltano a destra, verso il centro. L’autista ceco, Leopold Lojka, esita. Seduto accanto, il generale Oskar Potiorek esclama: “Ma che fanno, razza di idioti!?”, e poi, rivolto all’autista: “Dritto, dritto!”. L’auto prosegue sul lungofiume. Sofia getta uno sguardo nella via, verso la città vecchia. Scorge un ometto basso, coi baffi sottili, che la osserva con occhi inquieti. Per un attimo i loro sguardi si incrociano. Poi Sofia si volta verso Franz, che fissa la collina davanti a loro. Una ventata di aria calda, soffocante. Mentre procedono verso la periferia della città, la duchessa Sofia di Hohenberg appoggia il capo sulla spalla del marito, l’arciduca Francesco Ferdinando, erede al trono d’Austria. E sussurra: “Siamo vivi”. Poi tornano a casa insieme, lui diventa imperatore, realizza delle riforme pazzesche che cambiano il modo di pensare di tutta Europa, apre alle minoranze e ai poveri, offre welfare e democrazia. Lenin resta in Svizzera a scrivere testi teorici, Hitler fa il pittore a Vienna, Mussolini dirige l’Avanti fino alla vecchiaia e si fa due legislature in Parlamento, col partito socialista. La Serbia viene annessa, anzi assorbita, nel nuovo sistema imperiale, che piano piano si trasforma in una comunità economica e politica che include mezza Europa. Gavrilo Princip pubblica poesie a Belgrado ma raggiunge la fama con un romanzo su un attentato che sarebbe stato compiuto a Sarajevo nel 1914. È il 1964 e l’ultima imperatrice Sofia ha appena varato gli Stati Uniti d’Europa: Germania, Italia e poi anche Francia e Spagna entrano nel gruppo. Alla fine del secolo tutta l’Europa prospera, in pace e fraternità. Le macchine vanno a idrogeno, le bici volano, le città sono grandi parchi con casette residenziali e luminosi palazzi amministrativi; tutti o quasi parlano tedesco. Nel 2014 Hollywood sbanca i botteghini di mezzo mondo con un film inquietante tratto dal romanzo di Princip: L’inizio della fine. È una pellicola del genere catastrofico, una specie di Armageddon innescata da un attentato contro l’erede al trono imperiale d’Austria, nel 1914 a Sarajevo. Altro che Stati Uniti d’Europa! Nel film i popoli europei si scannano a vicenda in una guerra fratricida che dura quattro anni, fa 15 milioni di morti e lascia il continente sfinito e diviso da mille confini. La solita americanata, commentano perlopiù i giornali europei, con una punta di polemica. Gli eredi di Princip si spingono addirittura a intentare una causa contro la casa di produzione cinematografica: il loro illustre antenato viene raffigurato nientemeno che come il terrorista che dà il via alla carneficina!

28 maggio 1914. Manca un mese all’appuntamento col destino. Come Gavrilo e Franz, anche noi stiamo preparando le valigie

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Buon 1914.

“Un pugile negro aveva battuto l’avversario bianco, conquistando il campionato del mondo; si chiamava Johnson. Il presidente francese partiva per la Russia; si temeva che la pace mondiale fosse minacciata. Un tenore scoperto di recente guadagnava nell’America del Sud somme inaudite anche per l’America del Nord. Un terremoto spaventoso aveva colpito il Giappone: poveri giapponesi. Insomma gli avvenimenti si susseguivano, era un periodo agitato quello intorno alla fine del 1913 e al principio del 1914” (Robert Musil)

 “Era un’epoca a cavaliere tra due età della storia, nella quale la fine dell’era che stava terminando si scorgeva assai più chiaramente di quanto non si vedesse il principio di quella nuova, che stava iniziando allora. A quel tempo, per le violenze si cercavano ancora giustificazioni, e per le atrocità si impiegavano nomi presi a prestito dal tesoro spirituale del secolo passato. Tutto quel che accadeva aveva ancora un aspetto di dignità esteriore e il fascino della novità, quel terribile, fugace e ineffabile fascino che, in seguito, venne a sparire in modo così radicale che neppure coloro che in quel tempo lo sentirono con tanto vigore, possono più evocarlo, sia pure nel ricordo” (Ivo Andric)

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